benvenuti nel sito del nucleo comunista internazionalista
Come dice lo stesso nome che ci diamo, siamo un piccolo gruppo, un “nucleo”, che rivendica a sé (e non “per sé”, ma per l’insieme del movimento sociale e politico di emancipazione dal capitalismo) la qualifica di comunismo nel senso marxista del termine

nucleo comunista internazionalista





CONTRO L’ATTACCO
DEI VERTICI CGIL-FIOM
AI RAPPRESENTANTI AZIENDALI
DEI LAVORATORI
FIAT/FCA DI MELFI E DI TERMOLI

Sabato 11 giugno alcuni rappresentanti del secondo documento congressuale della Cgil “Il sindacato è un’altra cosa – Opposizione Cgil” (tra essi l’ormai ex-portavoce nazionale Sergio Bellavita) hanno annunciato a Roma in una assemblea con successiva conferenza stampa l’uscita dalla Cgil e l’adesione alla Unione Sindacale di Base – USB.
Hanno dichiarato di non voler subire “la torsione autoritaria” in corso nella Cgil e in Fiom dopo i recenti procedimenti disciplinari promossi dagli organi interni della Fiom dapprima contro i delegati delle due RSA Fiom della Fiat/FCA di Melfi e di Termoli e subito dopo contro Sergio Bellavita. Alla presidenza dell’assemblea romana era presente anche un RSA di Fiat/FCA di Melfi che ha annunciato l’uscita dalla Cgil, e nei giorni successivi si è avuta notizia di una decina di RSA Fiom di Fiat/FCA delle due fabbriche del centro-meridione che hanno fatto altrettanto. Di questi fatti aveva dato notizia il manifesto del 14/04/2016 con l’articolo di Antonio Sciotto dal titolo “La Segreteria ritira l’aspettativa di Bellavita: Il funzionario Fiom ’licenziato’ che ha tolto il sonno a Landini”.
Landini, riallineandosi alla Camusso, non solo ha digerito uno dopo l’altro tutti gli accordi e gli arretramenti in un primo tempo avversati, ma ora marcia all’unisono con la segretaria confederale, sia nella linea generale di sostanziale paralisi dell’iniziativa sindacale pur a fronte dei colpi assestati dal governo Renzi, del tutto simili a quelli sanciti dalla Loi Travail di Hollande, e sia nel tagliare le gambe all’opposizione interna de “Il sindacato è un’altra cosa”, senza affatto trattenersi dal mettere sotto tiro diretto le stesse rappresentanze operaie del secondo documento presenti e attive in alcune importanti fabbriche. Questa è la sostanza che emerge dai fatti, sui quali i galoppini dei vertici sindacali si sono subito spesi da un lato per spargere fumo sulle “gravi violazioni” commesse dai sanzionati, puntando a prevenire imbarazzanti manifestazioni di solidarietà del quadro intermedio e alla base a favore dei “reprobi”, dall’altro per minimizzare le “sanzioni” irrogate, laddove a nessuno sfugge la pesantezza della sconfessione da parte della Fiom nazionale e regionale dei delegati delle due RSA Fiat/FCA impegnate a indire e sostenere nelle fabbriche di Marchionne gli scioperi del sabato. >> 





    “AMADEO BORDIGA POLITICO”

Pubblichiamo la lettera recentemente inviataci da Turi Padellaro Libertino a commento del volume “Amadeo Bordiga politico”, pubblicato nel 2014.
La nota riporta molte circostanze che in apparenza potrebbero sembrare personali, ma in realtà non lo sono in quanto il testo è incentrato fondamentalmente sulle questioni di fondo ben delineate nella parte iniziale.





ANCORA SULLA
PRIMAVERA DI LOTTA
IN FRANCIA

La prova di forza attorno all’imposizione della Loi travail, dopo tre mesi di mobilitazioni di massa di una parte significativa della gioventù di Francia e di settori di salariati, è ancora in pieno svolgimento.
L’imposizione di questa legge significa la feroce subordinazione del Lavoro alle necessità del Capitale. Fra gli altri segnaliamo due dettati della legge. Il primo : “Si potrà licenziare se il fatturato avrà iniziato a calare per un trimestre, nelle aziende con meno di 11 dipendenti, per due trimestri fra gli 11 e i 50 lavoratori, per tre fra i 50 e i 300 lavoratori e oltre questa soglia se il giro d’affari sarà stato in calo per quattro trimestri consecutivi” ed ancora un secondo micidiale dettato, chiamato, come in una guerra, “accordo offensivo” che stabilisce: “Per strappare una fornitura o un progetto eccezionale che ha un’importanza determinante sul suo sviluppo e la sua sopravvivenza, un’azienda può proporre un’intesa con i lavoratori che preveda un aumento dell’orario del lavoro e una maggiore flessibilità nella sua distribuzione, ma senza l’aumento dello stipendio. L’accordo dovrà essere approvato dai sindacati. In seguito, se il singolo lavoratore non lo accetterà, sarà oggetto di un licenziamento di tipo economico.” (La Stampa, 12/5/16 “In arrivo il Jobs act in salsa francese”) Si tratta, come si vede, di misure da vera e propria guerra di classe: le sorti del lavoratore messe in diretta relazione al variare trimestrale del fatturato! E nel caso dell’“accordo offensivo” lo schiavo salariato dovrebbe accettare per far vincere “la sua azienda” (“per strappare una fornitura o un progetto eccezionale...”) la riduzione della paga e l’allungamento dell’orario di lavoro, battendo “la concorrenza” cioè mettendo nelle pesti gli schiavi salariati delle aziende “sconfitte”. >> 





UN APPELLO INTERESSANTE CONTRO IL “PREMIO NAPOLI CITTÀ DI PACE” ALLA MINISTRA PINOTTI

Ospitiamo volentieri sul nostro sito l’appello che abbiamo letto sul manifesto del 5 maggio 2016. Lo firmano, insieme ad altri, alcuni uomini di chiesa, tra i quali il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro e il padre comboniano Alex Zanotelli. Con questo appello si denuncia l’iniziativa dell’Unione Cattolica Stampa Italiana che ha attribuito all’attuale ministra della Difesa Roberta Pinotti il “Premio Napoli Città di Pace”. >> 





RIPRESA DELLE LOTTE IN FRANCIA

Dal 9 marzo la Francia è percorsa da scioperi e manifestazioni, ma nessuno sembra accorgersene.
Accade in Italia, ma temiamo che anche altrove le antenne per ricevere e rilanciare i segnali della lotta di classe siano al momento piuttosto disattivate.
La ripresa di lotta in Francia non impatta soltanto con le temperature sociali più che tiepide e quasi fredde dell’Europa circostante. Place de la Republique, dove dal 31 marzo si tengono le assemblee notturne per organizzare la lotta dei giorni che seguono (Nuit debout: notte in piedi), è la stessa piazza dove a novembre i francesi hanno commemorato i morti degli attentatiti delle cellule dell’islamismo politico collegate al califfato radicato in Iraq, in Siria e altrove. A novembre la piazza era quella del lutto di tutti i francesi. Una piazza orientata dalla propaganda governativa verso il compattamento “contro il nemico esterno”, la giustificazione delle guerre imperialiste “contro i terroristi”, il sostegno all’escalation di aggressioni militari che la Francia ha in corso insieme ai sodali occidentali, in Siria, nei paesi centro-africani, in Libia. Ad aprile, invece, la piazza è di una sola parte dei francesi. E’ la piazza dei lavoratori e innanzitutto delle giovani generazioni senza riserve, cui la Loi Travail sbatte in faccia che in quel “popolo” che si vorrebbe “unito e coeso a difesa della nazione” esistono ben distinte classi con interessi decisamente contrapposti, ed esiste l’insaziabile antagonismo degli industriali – prontamente raccolto dall’esecutivo “socialista” – che reclamano “carne da padrone” per i loro profitti (come è stato denunciato nei cortei: “ni chair à patron, ni chair à matraque”, né carne da padrone, né carne da manganello).  >> 





12 MARZO: UN ALTRO PICCOLO PASSO NELLA RIPRESA DELL’INIZIATIVA CONTRO LA GUERRA ALLA LIBIA

12 marzo: un nuovo presidio in piazza dei Consoli a Roma con comizio e corteo per le vie di Cinecittà, il quartiere dove si trova l’ex aeroporto di Centocelle, sede del Comando Operativo delle operazioni militari in Libia, dove il 15 marzo – si è letto sulla stampa – il ministro Gentiloni “ha ricevuto i militari di oltre trenta paesi per discutere della Libia”.
Il 2 giugno a Roma un primo corteo cittadino dalla stessa piazza dei Consoli, il 24 ottobre manifestazione a Napoli contro le esercitazioni militari “Trident Juncture”, il 16 gennaio corteo nazionale a Roma nel 25° anniversario della prima Guerra del Golfo, il 12 marzo iniziative in varie città d’Italia. Queste le tappe più significative della ripresa dell’iniziativa contro la guerra, che stenta a raggiungere l’attenzione di una “sinistra” – anche quella a tinte più “estreme” – fin troppo distratta su una guerra imminente e già in corso, figuriamoci un ascolto e una partecipazione più ampi nella fase attuale di penosissima paralisi di ogni iniziativa di massa e di piazza.  >> 





UN APPELLO SUL “CASO REGENI”
CONTRO CUI CI TOCCA APPELLARCI

Ci tocca aggiungere qualcosa alla noticina precedente sul “caso Regeni”.
Sul Manifesto del 3 marzo è apparso sul tema un “appello degli accademici” (in realtà “noi docenti, studenti e dottorandi italiani”) a dir poco stupefacente. >> 





SEGNALAZIONI

Vogliamo segnalare due documenti di rilievo che giudichiamo imprescindibili, allo stato attuale della pubblicistica corrente, per capire qualcosa in più di alcuni nodi essenziali dell’attuale scontro di classe internazionale.
Il primo s’intitola “Siria – Formazioni e schieramenti in campo” e traccia un quadro completo e largamente indubitabile delle forze che si fronteggiano in Siria.
Il secondo s’intitola “Califfato e barbarie” ed ha il merito di analizzare a fondo e bene i motivi dell’esplosione (a termine) dell’ISIS come concreta e non banale risposta all’opera di colonizzazione, schiavizzazione e massacri da parte dell’imperialismo occidentale.





NASCE (?) “SINISTRA ITALIANA”:
COSMOPOLITICA O COSMICOMICHE?

Si sono appena chiuse, sotto l’insegna di Cosmopolitica, le assisi prefondative di quella che sembrerebbe doversi chiamare Sinistra Italiana. A porne la prima pietra sono stati in primo luogo SEL ed una pattuglia di ex-PD più qualche cane eternamente sciolto e in cerca di cuccia e certi eredi di precedenti fallimenti edilizi tipo Luciana Castellina. Il tutto preceduto da larghi dibattiti sul Manifesto che ben segnalano il senso dell’operazione.
Cerchiamo di sintetizzarne i punti salienti.  >> 





SUL “CASO REGENI”

Com’è del tutto naturale anche noi siamo rimasti amaramente scossi per l’orrenda fine consumata ai danni di Giulio Regeni. Di ciò non è neppure il caso di discutere.
Tuttavia (e questo non sminuisce d’una virgola quanto sopra e la nostra vicinanza a quanti debbono farsi carico del lutto) la nostra posizione politica di fondo si discosta nettamente da quello che potremmo definire il senso comune del cordoglio manifestato per l’occasione un po’ da tutte le parti della “società civile” (il che possiamo anche benissimo comprendere) e della politica, compresa quella di certa “estrema” (e su questo vanno dette alcune cose).
Noi non inveiamo contro i boja egiziani né perché hanno osato toccare “uno dei nostri”, “un italiano” che, in quanto tale, apparterrebbe al “nostro paese” (leggi: al nostro stato borghese) né in quanto hanno colpito uno “studioso”, un “ricercatore”, che, per questo semplice motivo, dovrebbe essere ope legis tenuto fuori dalla mischia.  >> 





ANNOTAZIONI A MARGINE DELLA MANIFESTAZIONE DEL 16 GENNAIO
CONTRO LA GUERRA

La manifestazione del 16 gennaio 2016, venticinquesimo anniversario dell’inizio della prima Guerra del Golfo scatenata dall’Occidente contro l’Iraq di Saddam Hussein reo dell’occupazione del Kuwait (tentativo di ricongiungere quella provincia al suo storico retroterra e alla città di Baghdad cancellando un artificioso confine creato dall’imperialismo), è stata un ulteriore passo sulla strada, tanto difficile quanto necessaria, della ripresa della mobilitazione contro le guerre scatenate dagli imperialisti occidentali nel Medio Oriente, in Nord-Africa e nel mondo intero, dovunque i loro interessi di rapina hanno trovato e trovano ostacoli che li fanno scattare a intonare le fanfare di guerra, con le quali questi criminali si dispongono a piegare sotto un mare di bombe quanti, governi e popolazioni, non sono totalmente inginocchiati e proni ai loro diktat. Oggi, 2016, le cancellerie e i comandi militari dell’Occidente imperialista, senza allentare la presa su Siria e Ucraina, preparano una nuova aggressione alla Libia, dopo quella devastante del 2011, e i bombardieri della democrazia ancora una volta lustrano gli ordigni e scaldano impazienti i motori.  >> 





Dopo la vittoria elettorale della destra social-nazionalista, due piazze si fronteggiano

DOVE VA LA POLONIA?

Torna alla ribalta la Polonia. “Improvvisamente” questo vasto paese di 40 milioni di abitanti, pienamente integrato, come da suggestiva definizione degli esperti alle dipendenze di Sua Maestà il Capitale, “alla catena del valore” dell’industria e della finanza occidentali e per di più situato nella immediata periferia del “mondo libero”, cade nelle spire del disordine politico ed istituzionale. “Catena del valore” e “mondo libero”, quale binomio più perfetto! L’espressione “mondo libero” riferita alla Polonia come antemurale del “totalitarismo” russo (in altri tempi qualcuno parlava di ....orde euroasiatiche, il senso è lo stesso) la prendiamo da portavoce esemplari della nostra democrazia cioè della democrazia imperialista (La Repubblica, 18/12/15: Varsavia, prove di golpe) i quali, lividi, così descrivono le nubi che si addensano minacciose nel cielo sopra Varsavia: “Natale triste nella terra di Wojtyla e Walesa: un Termidoro nero scende sulla Polonia, L’Europa assiste al Sacco di Varsavia”.
Cosa accade dunque “improvvisamente” in questo grande paese così importante e delicato per gli equilibri dell’ordine borghese mondiale e per i destini della Rivoluzione del Proletariato Internazionale? >> 





DIETRO LE SCONFITTE ELETTORALI
L’ ASSENZA DI UNA LINEA
ANTAGONISTA DI CLASSE

L’anno appena trascorso ha visto tutta una serie di appuntamenti elettorali in paesi e persino continenti i più diversi con un solo risultato di fondo: la sconfitta – replicata o, spesso, inedita – della “sinistra”, sia in veste moderata che “estrema”, con le sole eccezioni della vittoria di Pirro di Tsipras in Grecia e dello stentato “vittorioso” esito portoghese. Ed, a proposito di queste due presunte anomalie, non sarà più nemmeno il caso di insistere sulla loro nullità sul piano concreto. Ci aspetteremmo vanamente notizie sui grandi sconvolgimenti economico-sociali prodotti dai “socialisti” portoghesi messi duramente nell’angolo dall’UE e quanto alla Grecia non ci stupisce affatto che tutto il codazzo italiano dei fan di Tsipras, dal Manifesto ai politicantini che se n’erano indossata la veste per “sfondare” alle elezioni di qui, abbia pietosamente steso un velo di silenzio su questa “rivoluzionaria” esperienza (che aveva persino incantato, sia pur “criticamente”, certi iperrivoluzionari “marxisti”). Per costoro, d’altra parte, morta una Syriza, c’è sempre all’orizzonte qualche altro “podemos” pur di evitare la sponda comunista.
Il risultato delle elezioni borghesi, per noi vetero-confessi, non può essere che uno: vince sempre e comunque il capitale. Ciò non significa, evidentemente, che tutte le elezioni stiano sotto un unico ed identico segno. Se anche il loro risultato di fondo è scontato finché non si rompa il quadro istituzionale statale di riferimento, ben diverso può essere il quadro politico-sociale che esse riflettono.  >> 





L’ECO “SINISTRA” DEI FATTI DI PARIGI

L’effetto più micidiale dei fatti di Parigi è stato, ben al di là del tragico fatto di sangue, la ricaduta reazionaria che essi hanno registrato e raccolto (sarebbe inesatto dire causato) “a sinistra” ed anche alla cosiddetta sua “estrema” ed usiamo questi termini proprio in quanto ogni campo dà il frutto di quel che vi si è seminato e, nel nostro caso, di semente marxista mai c’è stata l’ombra.  >> 





IN MEMORIA DI SANDRO SAGGIORO

Con qualche ritardo abbiamo appreso della morte del compagno Sandro Saggioro che segna per noi un altro motivo di tristezza dopo quella in età prematura di Arturo Peregalli: due validi “storici” della Sinistra che in più di un’occasione ebbero modo di lavorare assieme.  >> 





Sui fatti di Parigi

PIANGERE PER I “NOSTRI” MORTI
O LOTTARE PER I VIVI OPPRESSI DEL MONDO?

Anche noi, se ci è lecito, siamo rimasti sbigottiti ed addolorati per la strage di Parigi. Ogni goccia di sangue sparsa a causa delle convulsioni all’interno del presente “ordine” sociale e politico, in quanto si rivolgono contro di noi, contro la nostra classe, ci fanno orrore e rabbia. Ma già questa semplice dichiarazione attesta la lontananza ed, anzi, la forza repulsiva che ci distingue rispetto a tutti i coccodrilleschi piagnoni sulle “vittime innocenti” della barbarie (altrui, come sempre) e che, in nome di una finta indignazione umanitaria, chiamano tutti i buoni (noi ce ne escludiamo a priori) ad una comune risposta ai barbari a difesa della “nostra civiltà” offesa. >> 





APPENDICE TRIDENT

In appendice al nostro articolo “NO TRIDENT JUNCTURE 2015”, pubblichiamo due documenti riguardanti la manifestazione di Napoli.
Il primo è una scheda informativa molto documentata sull’esercitazione militare.
Il secondo è una sintesi degli interventi svolti durante l’assemblea del 25 ottobre a Napoli.  >> 





Napoli 24 ottobre:

NO TRIDENT JUNCTURE 2015

La manifestazione del 24 ottobre a Napoli contro l’esercitazione Trident Juncture 2015 è stata una iniziativa utile. Fa bene il Manifesto del giorno dopo a ricordare che la proposta di scendere in piazza contro la mega-esercitazione militare della NATO (e in generale contro le guerre scatenate dall’Occidente) è stata assunta dal padre comboniano Alex Zanotelli, come anche ad annotare le altre sigle del pacifismo cattolico di base presenti all’iniziativa. A maggior ragione riteniamo significativi i contenuti dell’appello – qui pubblicato a seguire – che, anche se non totalmente coincidenti con le nostre posizioni, segnano un passo considerevole per la ripresa della lotta contro l’imperialismo.  >> 





GUERRE IMPERIALISTE E IMMIGRAZIONE:
 I NOSTRI APPUNTI A MARGINE DI UN ARTICOLO  DELLA REDAZIONE DEL CUNEO ROSSO

L’articolo “Una pagliacciata, che annuncia guerra, anzi: guerre” della Redazione del Cuneo Rosso ci offre lo spunto per ragionare sul tema dell’immigrazione e per riferirci a un certo senso comune che gira in ambienti di sinistra e/o solidaristici a più ampio raggio. Gente brava beninteso, che vorrebbe schierarsi a favore degli immigrati, ma che lo fa, a nostro avviso, con un approccio fin troppo claudicante, che lascia la nostra gente drammaticamente esposta alla propaganda anti-immigrati dei governi e delle destre. Nostra gente, sia ben chiaro, è il proletariato: lo diciamo con riguardo a recenti proteste anti-immigrati “di popolo” che hanno visto in campo principalmente altri attori sociali (vedi in particolare la vicenda di Casale San Nicola a Roma), ma anche e in altro senso agli stessi ambienti sinistri e solidaristici di cui sopra, che dimenticano che in molti altri casi sono proletari doc a partecipare e prendere l’iniziativa, sicché l’intervento dei comunisti non può alimentarsi di ritrito umanitarismo, che mette in pace le coscienze in quegli ambienti ma si aliena ogni possibile ascolto proletario, quando invece è necessario interloquire e misurarsi con la nostra classe e le sue evidenti difficoltà su questo impervio terreno... >> 





L’ATTUALITA’ SPIEGATA... CENTO ANNI FA

L’articolo di Lenin che qui di seguito riportiamo data esattamente a cent’anni fa. Ciò che di esso colpisce particolarmente noi “passatisti” è la sua bruciante attualità in quanto il bersaglio di esso sono esattamente delle posizioni ricorrenti oggi in certi ambienti di “compagni” (Lenin non esita a definirli socialsciovinisti).
La difesa degli interessi “nazionali” propugnata dai “socialsciovinisti” in questione, che Lenin marca fuoco, si ammantava allora e si ammanta oggi di argomenti apparentemente socialisti, ed anzi addirittura marxisti. Non era stato, infatti, lo stesso Marx a solidarizzare attivamente col nostro Risorgimento? Sì, spiega Lenin: quando all’ordine del giorno era la questione delle “guerre di liberazione nazionale”; non oggi allorché l’Italia “democratica e rivoluzionaria” (borghese, appoggiata sulle proprie posizioni dal proletariato) si è trasformata “definitivamente” (alla faccia dei secondi e terzi presunti risorgimenti togliattiani o contropoteristi) in “una borghesia brutale, sudicia, reazionaria in modo rivoltante”.  >> 





“OLOCAUSTI” IERI E OGGI
E “QUESTIONE EBRAICA”

Il nostro recente articolo sul “negazionismo” (“Contro il negazionismo antiproletario”) può aver suscitato varii tipi di reazione con cui siamo sempre pronti a confrontarci. La più stolida sarebbe quella che ci imputerebbe la pura e semplice negazione del ricorso nazista a soluzioni estreme contro gli ebrei, camere a gas comprese, sulle quali ci siamo limitati a dire che la cosa è dubitabile come presunto mezzo di “soluzione finale” premeditata, senza nulla togliere alla semplice constatazione degli orrori nazisti consumati a danno degli “incomodi” ebrei così come (però) di tutta un’altra serie di “indesiderabili” (a cominciare dagli odiosi comunisti e tutto un largo seguito) secondo una legge di guerra imperialista che di simili orrori ne ha accumulati da entrambi i campi in causa. Noi non siamo certo di quelli che ipotizzano che i nazisti si siano limitati alla “disinfestazione” dei pidocchi in campi ben attrezzati secondo tutte le buone regole umanitarie, anche se la stessa Croce Rossa internazionale, che ebbe modo di visitare i lager, l’abbia potuta lasciare per buona. Tutto qui.  >> 





Sulla “coalizione sociale” di Landini

UNA PROPOSTA RETICENTE E AMBIGUA SUI CONTENUTI E SULLA PROSPETTIVA

La “coalizione sociale” di Landini giunge dopo l’approvazione del jobs act e il trionfo sul sindacato, sfidato e piegato da Renzi tra il plauso e l’incoraggiamento degli industriali. Cgil e Fiom gli hanno opposto una “resistenza” a dir poco inconsistente. Delle “sinistre radicali” (parlamentari e non) neanche parlarne: esse hanno disperso al vento ogni residuo lascito di presenza organizzata nella società e ne resta solo qualche futile apparizione nei talk show televisivi e nel “gossip politico”.
Al netto delle responsabilità di siffatte direzioni, resta il dato di una mobilitazione rimasta ben al di sotto del minimo necessario contro provvedimenti che hanno colpito a fondo l’insieme del proletariato. I lavoratori che fanno riferimento al sindacalismo confederale hanno risposto più che timidamente alla chiamata di Fiom-Cgil-Uil, senza “pressioni dal basso” per imporre che si facesse sul serio. Non hanno potuto risollevare le sorti né lo sciopero della Usb, meritevole ma chiuso nella sua parzialità (quando non si dovrebbe perdere occasione per dare battaglia nella massa chiamata in piazza dai confederali orientandola verso la prospettiva di classe), né lo “sciopero sociale” del 14 novembre, utile e incoraggiante iniziativa a patto che il cartello di forze promotrici non perda di vista i suoi coefficienti effettivi e orienti i passi ulteriori verso l’unità di lotta del proletariato abbandonando ogni bolsa autoreferenzialità.  >> 





CONTRO IL NEGAZIONISMO ANTIPROLETARIO

L’attuale tentativo di introdurre il criterio di un certo “negazionismo” sotto la specie di una sorta di delitto punibile a suon di articoli di legge ha il preciso significato di ridurre la questione della seconda guerra mondiale a criteri consoni alle “verità” dei vincitori e di predisporre il terreno della propaganda ad una mobilitazione sciovinista di guerra per le future evenienze, od anche a quelle già in corso, d’interventismo militare “buono” da parte del nostro imperialismo.
Di recente il “nostro” parlamento ha votato delle disposizioni in tal senso senza che quasi nessuno abbia manifestato un segno di dissenso (tra le pochissime eccezioni ricordiamo un bell’articolo apparso sul Manifesto da parte di una compagna che ha ben colto nel segno): si comincia dal reato di negazionismo per l’Olocausto e si finisce fatalmente nell’obbligo di adesione a qualsivoglia “verità” istituzionale imposta per legge e domani, chissà, il semplice richiamo al comunismo potrebbe diventare “corpo di reato”, così come hanno statuito i governi di Varsavia e Kiev invocando a giustificazione i crimini dello stalinismo su cui non è lecito alcun negazionismo neanche da parte di chi rivendica le ragioni del comunismo contro lo stalinismo.
Stando alla legge “antinegazionista” che il legislatore si appresta a varare il “negazionismo” diventa reato anche laddove lontanissimo da ogni velleità di riabilitazione del nazifascismo – solo dei cretini, o mascalzoni (o bis in idem) potrebbero negare la realtà della feroce ondata antisemita hitleriana – e ne è vietata ogni ricerca storica preoccupata di accertare i fatti per quel che essi realmente sono, o si suppone essere (il famoso diritto all’opinione in nome dell’inopinabile “verità” di stato). E, sulla scia della shoah, si stabilisce che ciò si applica anche a chi osa mettere in dubbio il tema delle “foibe” titine...  >> 





Internazionalismo e nazione

SULLA “DIFESA DELLA PATRIA”:
TEORIA MARXISTA E SCIOVINISMO
DI “SINISTRA”

Ci cade l’occhio su un articolo postato sul sito della Rete dei Comunisti dal titolo “Ambiguità ideologiche sui concetti di nazione e internazionalismo”. La firma è di Massimiliano Piccolo e il contenuto appartiene a un filone di sragionamenti che vediamo crescere come erba maligna tra le non nutrite schiere di quanti tuttora si richiamano al marxismo (con mille se e milioni di ma, e con ogni cosa da rivedere e revisionare). Se anche il buon Manlio Dinucci, da noi peraltro stimato, nell’intervento ascoltato in una trasmissione radiofonica accredita “un nazionalismo cattivo e un nazionalismo buono” riferiti all’Italia, dobbiamo prendere atto che nei ranghi della disastrata “sinistra” ha fatto strada questo pensiero debolissimo suscettibile in determinate circostanze di confluire e unificarsi nel “pensiero unico” della conservazione borghese. “Nazionalismo cattivo” sarebbe quello che plaude alle aggressioni occidentali contro i paesi dominati di ogni periferia cui l’Italia concorre, vomitando ancora odio contro quei popoli “inferiori” e contro gli immigrati; sarebbe invece “buono” il “nazionalismo” che si candida “da sinistra” a difendere l’Italia (il termine “patria” viene ancora usato con parsimonia...) se e quando si tratti di denunciare i rapporti non paritari e finanche la “dipendenza” dai sodali imperialisti di maggiore stazza, siano essi gli Stati Uniti o la Germania a seconda delle circostanze e dei gusti (senza escludere peraltro che la “difesa della patria da sinistra” contro gli uni la si possa fare andando a braccetto con quegli altri, come è avvenuto nella resistenza antifascista, che non a caso – questo lo diciamo noi – ha garantito la continuità, dal fascismo alla democrazia, dell’oppressione capitalistica sul proletariato d’Italia).  >> 





TUTTI “CHARLIE HEBDO”
O TUTTI (NOI) COMUNISTI?

La carneficina consumatasi ai danni della redazione di Charlie Hebdo, più alcuni estranei ad essa, rappresenta senz’altro un episodio dell’attuale barbarie “globalizzata”.
Noi non abbiamo alcun dubbio nel sostenere la più ampia ed assoluta libertà di stampa, ivi comprese le peggiori (se vogliamo) posizioni in urto con le nostre: non ci adonta in alcun modo l’attacco reazionario alle posizioni classiche del marxismo su cui qualsiasi soggetto dell’attuale putrescente società ha il “diritto” di sputazzare (salvo che noi, quando e se ne avremo la forza, gliele faremo inghiottire e vomitare). La questione è di forza e non di regole statutarie. E questo vale per ogni altra questione attinente al “libero diritto d’espressione”. Perciò stiamo dalla parte di chi rivendica a qualsiasi e qualsivoglia tendenza a dire la sua infischiandosene di tutte le “regole” imposte da una purchessia autorità “statuale”. Dunque: Charlie Hebdo abbia pure il diritto assoluto di dire la sua (e noi la nostra) senza limiti ad esso imposti da qualche autorità statuale o checchessia. E, sotto questo aspetto, noi ci schieriamo apertamente a suo favore. Si può benissimo non sottoscriverne nulla, ma difenderne l’esercizio della “libertà d’espressione” sul piano delle “idee”. Qualcuno l’ha voluta colpire a suon di kalasnikov e ciò non ci induce a pentimenti sull’altrettanto, e per noi, assai più valido diritto alla replica, forza contro forza, che non sempre si giocherà a suon di platonici confronti di opinioni e men che mai quando si daranno decisivi scontri materiali di classe, ma ci induce ad una considerazione di fondo se e come essa abbia avuto in questo caso un senso positivo, cosa che noi neghiamo >> 





BUTTIAMO GIU’ IL GOVERNO RENZI!
E’ L’UNICO MODO PER RESPINGERE
L’ATTACCO ANTIOPERAIO!

Si va dunque verso lo sciopero generale, mentre con le manganellate agli operai di Terni i “toni forti” non sono più soltanto verbali nello scontro tra i sindacati che hanno assunto l’iniziativa (Fiom, Cgil ed extraconfederali) e il fronte padronal-governativo con quasi l’intero arco dei partiti al seguito.
La Cgil ha prodotto alcuni strappi rispetto alla inerzia precedente. Stesso e più dicasi per la Fiom, che ha già indetto una serie di scioperi territoriali con partecipate manifestazioni, mentre tutte le vertenze si inaspriscono. Sono riposizionamenti significativi, se si pensa che sotto il governo Berlusconi la Cgil boicottava i conati di lotta promossi dalla Fiom, e che, successivamente, sono state entrambe a guardare lo scempio proseguito da Monti, senza variazioni di sostanza – anzi! – nell’iniziale atteggiamento verso lo stesso governo Renzi, fino alla rottura di queste ultime settimane con casus belli l’articolo 18 e il jobs act .
Per poter imprimere alla mobilitazione una direzione che sia coerente con gli interessi di classe, è necessario capire in che direzione vanno questi “strappi”, se e in che senso sono “passi avanti” e dove si vada a parare.  >> 





Sulla Manifestazione CGIL del 25 ottobre

CONTRO IL GOVERNO RENZI!

Renzi si presenta come il messia del “cambiamento”, ma, dietro la retorica rinnovatrice, o addirittura “rivoluzionaria”, di cui si ammanta, la sostanza della sua politica è smaccatamente al servizio delle classi dominanti e dei poteri forti che ne supportano l’offensiva contro i lavoratori. >> 





A PROPOSITO DELLA “QUESTIONE NAZIONALE”


Riportiamo qui di seguito un intervento di Michele Basso (già da noi precedentemente “pubblicizzato”, senza alcuna informazione diretta sull’“autore”) in tema “questione nazionale” che a noi sembra pressoché integralmente sottoscrivibile.
Annotiamo con piacere il “recupero” che il Basso fa delle posizioni assunte sul tema da Programma Comunista, da cui noi stessi deriviamo, e non solo in quanto messe a punto di Amadeo Bordiga, ma – come giustissimamente si sottolinea – di più compagni vincolati organicamente ad esse, in duplice contrasto “antitesi”: quella degli indifferentisti (splendido vocabolo coniato da Amadeo!) e quella dei vari “terzomondisti” a sfondo “nazional-rivoluzionario” borghese in sostituzione e contrapposizione al programma del comunismo.  >> 





Dopo l’operazione "Massacro nel deserto"

L’ULTIMO, ED ANCHE IL PIÙ AMARO, ATTO DELL’ANNOSO DRAMMA DEI KURDI


A seguito della pubblicazione sul sito di un nostro opuscolo del 1985 sotto il titolo “Col proletariato e i lavoratori rivoluzionari del Kurdistan”, abbiamo ricevuto la richiesta – che accogliamo volentieri – di ripubblicare un ulteriore nostro l’articolo del 1991: “L’ultimo, ed anche il più amaro, atto dell’annoso dramma dei kurdi”.





Dove è finito il movimento no war?

DISMISSIONE DELLA DENUNCIA DELLE GUERRE ATLANTICHE E ANTIAMERICANISMO NAZIONAL-POPOLARE:
DUE DERIVE SPECULARI CHE OSTACOLANO LA RIPRESA DELLA MOBILITAZIONE E APRONO LA STRADA AI PROGRAMMI ROSSO-BRUNI

Più di un intervento negli ultimi tempi ha denunciato la scomparsa del movimento contro la guerra, già presente e attivo agli inizi del secolo e poi rifluito ingloriosamente mentre gli imperialisti d’Occidente continuavano a fomentare e scatenare luride guerre di aggressione al servizio dei propri interessi di dominio e di rapina.
Il recente vertice Nato in Galles, con consiglio di guerra sulla nuova crociata in Iraq/Siria e convocazione del boss ucraino cui dettare il seguito dell’aggressione militare alle popolazioni del suo paese (e alla Russia), ha bensì visto modeste iniziative portare in strada la denuncia delle guerre atlantiche, ma ciò non cancella il vuoto di una mobilitazione minimamente adeguata in generale e con riguardo all’occasione specifica.
Eppure un tempo non lontano, si ripete, le piazze d’Occidente, e insieme ad esse quelle del mondo intero, si riempivano di manifestanti pronti a denunciare il capitalismo per i suoi “crimini di pace”, >> 





“I CURDI”

opuscolo KurdistanRipubblichiamo qui di seguito la parte centrale di un nostro opuscolo del 1985 sotto il titolo Col proletariato e i lavoratori rivoluzionari del Kurdistan, firmato congiuntamente dal Centro di Iniziativa Marxista e dai Nuclei Leninisti Internazionalisti (sulla cui base è successivamente derivata la costituzione dell’OCI).
Vari sono i motivi di interesse che questo testo può suscitare anche a quasi un trentennio di distanza nel tempo. Il primo, ed essenziale, sta nel suo ripercorrere, sia pur di volata, la storia curda e derivarne materialisticamente le lezioni entro il quadro capitalistico internazionale di riferimento al di fuori di ogni tipo di sviolinata sentimentale su (indifferenziati e quasi metafisici) popoli, oppressioni, rivolte, diritti etc. etc.  >> 





IL DIRITTO DI ISRAELE AD ESISTERE:
NON ESISTA IL POPOLO
CUI SI E’ STRAPPATA LA TERRA

La vulgata propagandistica vorrebbe far intendere che l’attuale operazione militare israeliana “Margine protettivo” (ad evitare che i palestinesi abbiano margini per proteggersi!) sia stata determinata dall’uccisione di tre giovani ebrei da parte di Hamas a causa del suo congenito “antisemitismo”.
Che nella triste vicenda in oggetto Hamas non abbia avuto alcun ruolo risulta abbastanza scontato a tutti gli osservatori solo un tantino rispettosi dei fatti e della logica. La paternità dell’omicidio non può essere attribuita che a frange fondamentaliste fuori controllo (come risulta anche dalla dichiarazione del portavoce della polizia di Tel Aviv, ripresa dal Manifesto del 27 luglio) o semplicemente ad un gruppo informale di palestinesi esasperati, indotti a vedere nell’ebreo in quanto tale, qualunque ebreo, il nemico. Questi gli autori di un’operazione certamente esecranda, ma la cui responsabilità prima sta a monte unicamente nel regime di sopraffazione e terrore esercitato dallo stato d’Israele contro la popolazione palestinese di cui questo omicidio non è che la (deprecabile) conseguenza. Valga per tutti quanto un lettore ha scritto al Manifesto: “Secondo le stime della Ong israeliana (si noti bene!, n.n.) BTselem, dal 2000 al 2010 sarebbero oltre 7000 le persone rimaste uccise in Medio Oriente (meglio: nell’area, n.n.), di cui ben 6000 cittadini palestinesi (..) uccisi tutti da azioni di Israele”, senza menzionare i 1500 morti a Gaza tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009 in seguito all’operazione “Piombo fuso” (a... margine protettivo)..  >> 





IL NAUFRAGIO DI SEL?
E’ UN INSIEME DI BARCONI
CHE AFFONDA
(E LASCIAMOLI AFFONDARE)

Le recenti vicende interne a SEL meritano alcune considerazioni di fondo che vanno ben al di là del partito in oggetto.
L’arrivo al capolinea definitivo di un certo tipo di esperienza politica iniziata sotto il segno della “estrema sinistra radicale” non è questione di uomini, errori casuali, beghe o malintesi personali, ma l’esito obbligato di una data impostazione teorica (anche se qui parlar di teoria è financo eccessivo) e programmatica di partenza.
La storia attuale comincia con la nascita di Rifondazione Comunista in anni già ben lontani.  >> 





PER UN APPELLO
AL RIARMO DI CLASSE
IN ITALIA, IN EUROPA,
NEL MONDO

Riceviamo, attraverso la rete cremaschiana de Il Sindacato è un’altra cosa, il testo di un manifesto ed un appello per una manifestazione “controsemestre italiano” indetta a Roma per il 28 giugno cui dovrebbe far seguito una seconda a Torino l’11 luglio.
L’appello, ironicamente firmato dai Gufi Ribelli – con riferimento alla qualifica di gufi data da Renzi a tutti coloro che non sono predisposti a sottoscriverne programmi e sparate propagandistiche di effetto – ha già ricevuto varie adesioni, da Rossa all’USB, dalla Rete dei Comunisti ad un paio di “partiti comunisti” etc. etc. Non sarà per esso un danno se mancherà la nostra microbica firma per le ragioni che subito esporremo  >> 





NO WAR O NO CAPITALISM?
(DA TRADURRE IN ITALIANO)


Riceviamo da Napoli un documento della Rete Napoletana Nowar in cui si traccia un quadro largamente condivisibile dei “rumori di guerra” in atto ad opera dell’imperialismo, con ovvia sede centrale a Washington. Anche senza esser convinti che il prossimo conflitto imperialista mondiale sia immediatamente alle porte questo quadro non fa troppe grinze, e noi potremmo tranquillamente condividerlo, anche perché perfettamente in linea con quanto andiamo da tempo scrivendo. Ci ritroviamo perfettamente con l’“analisi” dei fatti, e tanto più con la petizione anticapitalista che la pervade e, soprattutto, con l’affermazione “Da che parte stare: contro il ’nostro’ imperialismo”. Ciò che ce ne distanzia è il richiamo alquanto etereo alla necessità di rimettere in campo un movimento no war in grado di “riprendere” il suo glorioso passato semplicemente depurato dalle “insufficienze” che lo avevano gravato.  >> 






MARXISMO “INVECCHIATO” (O SEPOLTO)
E MOVIMENTI “NUOVI”


forconi

Anche noi veniamo interrogati da chi ci segue sulla nostra “opinione” quanto all’esplodere di certi movimenti negli ultimi tempi sul piano politico intrecciato al sociale, o viceversa. C’è stato il caso del Movimento 5 Stelle, che ha suscitato molte infiammate ed analisi interpretative codiste nel “campo dei compagni” ed una nostra articolata risposta. Il tutto con qualche timida dichiarazione d’accordo con le nostre posizioni (senza altre conseguenze un tantino più corpose) da parte di singoli compagni in una generale mancanza di discussione e bilanci collettivi. Nel giro di poco tempo il tema è stato posto nel dimenticatoio, in particolare da parte di coloro che, in veste di “marxisti creativi”, avevano salutato il fatto come un prodromo di rivoluzione (naturalmente “inedita”) in cui tuffarsi: l’evoluzione del fenomeno “grillino” è stata ben lungi dal confortare certe aspettative; meglio metterci, perciò, una croce sopra e, però, anziché trarne delle lezioni autocritiche, restare in attesa di ulteriori eventi... novotestamentari. E questi puntualmente arrivano, in vesti sempre nuove e seducenti. Oggi siamo ai cosiddetti “forconi”, di cui in seguito vedremo cosa altri dicano e quel che ne diciamo noi.  >> 






A PROPOSITO DI COSTITUZIONE


Stiamo assistendo da troppe parti, comprese certe “ultrasinistre” che farebbero bene ad astenersene, alla parola d’ordine della “difesa della Costituzione”, la nostra, “la più bella del mondo”, quella – tanto per cominciare – che afferma che siamo una repubblica “fondata sul lavoro”, cioè sulla merce lavoro a servizio del capitale, e sul tema si fanno tante rodotate cui accorrono concordi i “democratici” d’ogni risma.
Per dissipare questa nebbia con cui si tenta di avvolgere i motivi reali della protesta di classe per farla preventivamente rientrare nei ranghi del sistema riportiamo qui di seguito due testi...antinebbia.  >> 






ROSSA:
UNA “PROPOSTA” CHE ARRETRA
SUL PIANO DEL PROGRAMMA POLITICO
E DELLA PROSPETTIVA

Le dichiarazioni propositive di Ross@ sono disorganiche e sfuggenti.
Ci riferiamo in particolare alla “dichiarazione comune per un movimento politico anticapitalista e libertario” dell’11 maggio ’13, al “documento della prima assemblea nazionale a Bologna del 15 maggio”, e al “documento-promemoria del seminario nazionale di Roma del 15 giugno”.
Per una reale capacità di collegamento e indirizzo di forze, per quel che Rossa si propone di fare, avremmo ben rinunciato all’estetismo della @ finale in cambio di una maggiore sostanza di contenuti chiari e di vera passione politica, questi sì indispensabili.
La proposta di Rossa è percorsa da un tambureggiante invito ad attivizzarsi, con l’enfasi calcata su “passaggi epocali” e “rotture” (in atto e già consumate) che renderebbero “improponibili le ricette del passato” (quali!?, n.n.) e necessario il “cambio di registro” cui le campane di Rossa chiamano perentoriamente a raccolta.
Se non interpretiamo male si punta a mettere insieme forze dai percorsi lontanissimi, quand’anche declinati sotto la comune bandiera del “comunismo” (peraltro dichiaratamente non esclusiva in Rossa). Ci si rivolge in primo luogo ai “resti” della cosiddetta “sinistra radicale” ovvero ai vari PRC e PdCI ipersuonati dalle batoste elettorali che li hanno lasciati definitivamnte a secco di scranni parlamentari (vale a dire di “ossigeno” per tal genia di “comunisti”), e a seguire – a quelli “della sinistra rivoluzionaria uscita sconfitta dal durissimo scontro politico e sociale degli anni ’70”(così troviamo scritto nel coevo “documento politico della Rete dei Comunisti” di aprile 2013)  >> 




 

Il documento politico della Rete dei Comunisti

ALLA PROPOSTA DI “RIFORMA NON RIFORMISTA” DEL “PENSIERO COMUNISTA” RISPONDIAMO CHE E’ NECESSARIA LA RICONQUISTA DEL COMUNISMO AUTENTICO

Con questa nota ci riferiamo al “documento politico per la seconda conferenza della Rete dei Comunisti” del 21 aprile 2013 titolato “Rivoluzione: è il senso del momento storico”.  >> 





ACCORDO SULLA
RAPPRESENTANZA SINDACALE


Riceviamo e pubblichiamo il commento di un delegato della Unione Sindacale di Base che ci scrive sull’ “accordo sulla rappresentanza” sottoscritto da Cgil-Cil-Uil e Confindustria.
Quel che il compagno scrive è sostanzialmente condivisibile.
I governi di Grande Coalizione (tecnici e poi di larghe intese) sono stati imposti dalla crisi per realizzare senza troppe storie le politiche in cui si concretizza la stretta del capitale contro i lavoratori e l’intero proletariato. La ritrovata “unità sindacale” tra Cgil-Cisl e Uil, che suggella archiviandola l’inconcludente “resistenza” già messa in campo dalla Cgil e dalla stessa Fiom, completa il giro di vite sul piano sindacale con un accordo “sulla rappresentanza” che definisce le condizioni attraverso le quali il sindacalismo confederale si rende disponibile ad accompagnare le politiche di lacrime e sangue. Con questo accordo Cgil-Cisl-Uil si impegnano e impegnano tutte le proprie articolazioni categoriali e territoriali senza esclusioni di sorta a legittimare davanti ai lavoratori “i sacrifici mai come oggi necessari e imposti dalla situazione”, puntando a cancellare l’agibilità sui posti di lavoro di ogni voce contraria, rendendo più arduo per i lavoratori organizzare la difesa dei propri interessi e la lotta contro l’offensiva padronal-governativa destinata a proseguire e incrudirsi. A Cgil-Cisl-Uil e a quanti vi si vorranno accodare il padronato e lo Stato riconoscono la “rappresentatività” del mondo del lavoro, negata a chiunque altro non si sottometta agli stessi protocolli.  >> 






BILANCI E SCELTE DA FARE:
“ALTERMONDIALISMO” O COMUNISMO?


Sul manifesto del 15 marzo Vittorio Agnoletto propone la sua traccia di bilancio sulla “sconfitta storica della sinistra” a pochi giorni dalla caporetto elettorale della lista Ingroia (che replica il tonfo della lista Arcobaleno) in cui non aveva trovato posto come candidato... all’ineleggibilità.
La sconfitta è ancora più bruciante per Agnoletto che la relaziona alle potenzialità espresse “all’inizio di questo millennio” dal “movimento altermondialista”.
Anche noi vedemmo nell’ondata di mobilitazioni innescata dalle giornate di Seattle di fine 1999 una premessa di possibili utili sviluppi. Giustissimo chiedersi come mai una mobilitazione di non banali contenuti e di respiro tendenzialmente internazionale si sia progressivamente eclissata. Eclissi totale, occorre aggiungere, cioè non circoscritta al mero rifluire delle oceaniche mobilitazioni di piazza (il che può anche starci), ma anche senza lascito di apprezzabili forze organizzate negli anni successivi e al presente (con buona pace di certi epigoni di cui diremo). Il che pone un problema, laddove si rammenti l’ampiezza di quel movimento e la sua iniziale capacità di denuncia onnilaterale degli sfregi insiti nei meccanismi della “globalizzazione” (in realtà del capitalismo), con un primissimo ponte di comunicazione e di (potenziale) unificazione di forze lanciato da un capo all’altro del pianeta, e tra sfruttati dei paesi occidentali e super-sfruttati dei paesi schiacciati dal “nostro” imperialismo.
Per questo ne parliamo a partire dal discorso di Agnoletto, in chiave non di polemica con lui, ma di chiarimento sulle questioni nodali, cui(perlomeno) egli fa riferimento rivendicando valori che “ci coinvolgono”.  >> 






GRILLO, GRILLINI, GRILLI PARLANTI
E BACHEROZZI


Il compagno Dino Erba, sempre prodigo nell’inviarci del materiale politico su cui meriti lavorare (del che lo ringraziamo vivissimamente), ci fa avere delle note di varia provenienza – compresa la sua – sul fenomeno grillino. L’introduzione è fulminante: “Solo i coglioni si stupiscono per il successo del Movimento 5 Stelle. Come, in altri tempi, si stupirono per il successo della Lega. Lasciamoli al loro stupore. Chi ha un minimo di sensibilità politica o meglio di contatto con la realtà del Bel Paese non si stupisce. Cerca di capire.” Perfetto. E, compatibilmente, cerca di capire il da farsi, si presume, a meno di non essersi già fatto fagocitare dall’esercito elettoralmente trionfante al momento visto come inarrestabile e radioso Futuro.
Andrebbe caricata la dose: quanti di coloro che oggi, post festum, “non si stupiscono” hanno manifestato qualche segno di comprensione del fenomeno e meditato sul da farsi con l’anticipo che sarebbe stato necessario? Per quanto ci riguarda, a testimonianza del nostro non esser coglioni né ora né prima, ci limitiamo a riproporre in coda a quest’articolo un nostro testo dell’ottobre 2007 cui, a larga distanza di tempo, non reputiamo di dover aggiungere nulla quanto ad impostazione del tema (ovvii aggiornamenti a parte, ma ribaltoni interpretativi categoricamente esclusi). Crediamo non piacerà a molti di coloro che “scoprono” oggi il fenomeno e lo “comprendono” professoralmente a rovescio.
Per noi si tratta di capire il fenomeno secondo un metodo ed una prospettiva marxisti che esclude sorprese di sorta e conversioni sulla via damascena verso altre sponde.  >> 






ARDITI DEL POPOLO
ED
ARDITI DEL POLLAIO


In un suo documento del 15 gennaio il CARC ci insegna che chi si limita a far le pulci a Grillo e seguaci dimostra di “non aver imparato (o voler imparare?) dall’esperienza del PC(d’)I di Bordiga che consegnò il movimento degli Arditi del Popolo nelle mani dei fascisti di Mussolini (nientemeno!, n.n.) perché era un movimento contraddittorio”. Dal Cobas della scuola di Roma abbiamo sentito di recente dire che quando nell’Italia del primo dopoguerra la situazione sociale ribolliva ed incubava il fascismo “questi” (i comunisti settari di Bordiga) “che hanno fatto? Hanno fatto la scissione e poi, dopo aver fatto la scissione, niente mai andava bene. Così non andavano bene gli Arditi del Popolo. E così ha vinto il fascismo”. Diamo atto a costoro che trattandosi di un corpo docente sono esentati dallo studiare la storia, visto che il loro compito è “insegnare”.  >> 






FERTILI TERRENI
PER I “PONTI LANCIATI A SINISTRA”
DA RINASCITA


Rinascita, “quotidiano di liberazione nazionale” di nuova destra, ha finalmente azzeccato l’indirizzo appropriato per i suoi tentativi di “ponti lanciati a sinistra”, intesa questa in senso latissimo.
Per chi conosce la storia politica dell’Italia (e non solo di essa), non è certo una novità quella di forze dichiaratamente “nazionali” e di destra che si rivolgono a “sinistra” (nel senso più ampio e finanche ormai improprio del termine) rivendicando l’esistenza di un comune terreno di iniziativa e la necessità di “unificare le forze”.
Una strategia questa che punta ad arruolare nello schieramento potenzialmente “avversario”, e a tutto campo nel proletariato, forze disponibili ad aggregarsi al programma della “rinascita nazionale”, previo svilimento dei contenuti di classe (se necessario – e nel caso che ora diciamo non lo è affatto –) a più che generica denuncia delle sozzure del capitalismo (rigorosamente altrui), in funzione del depotenziamento preventivo di ogni battaglia di classe effettiva (esiziale a quel programma), per orientare la barra della più ampia e “coesa” raccolta di forze verso l’obiettivo della grandezza della comune e unica nazione (intesa questa come Italia ed Europa).  >> 






DUE NOTE SUL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

1. A PROPOSITO DI “TRANSIZIONE”
2. NO AL TIRO A SEGNO REAZIONARIO SUL PCL!






ronda proletaria - 1921


 


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