nucleo comunista internazionalista
materiali teorici





COME SI FA SENZA DEMOCRAZIA?


I media a servizio dell’imperialismo ci ricordano che i paesi che “noi” siamo andati ad aggredire (pardon... ad aiutare disinteressatamente per metterli alla pari coi nostri standard di civiltà), Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, oggi Libia, domani Siria e poi via di seguito, soffrivano di una totale mancanza di democrazia, con tanto di divieto d’importazione della stessa, sì che s’è dovuta un po’ forzare la mano per dargliela in dono.
Certi babbei “marxisti rivoluzionari” si limitano a ripetere la stessa cosa, semmai distinguendosi dalla canea pro-imperialista esplicita con l’appello alle “masse” di questi paesi affinché si rivoltino esse stesse per ed in nome della democrazia come valore universale al di sopra delle parti (delle classi) in campo. Quindi: né con la NATO né con i Saddam, Milosevic, i talebani, Gheddafi etc., ma dalla parte degli insorti “democratici” di questi paesi, offrendo loro incoraggiamenti verbali che la NATO provvederà a materializzare per bene. (A dire il vero, qualcuno di questo bestiame è arrivato da ultimo a sbilanciarsi ulteriormente: non con la NATO se essa “tradisce le masse” e la democrazia; “piuttosto” sì con l’ONU se “garante” delle une e dell’altra!).

Occorre fare qui qualche precisazione di metodo, e di storia.
I paesi succitati, pur con molte ed anche estreme diversità tra loro, appartengono al novero di quelli arrivati in ritardo al proprio Risorgimento nazionale (nazional-borghese, tanto per intenderci, epperciò democratico nell’accezione marxista del termine). Risultato di prim’ordine se ed in quanto non confinato all’indipendenza nazionale chiusa in sé stessa, ma collegato alla lotta internazionale proletaria contro l’insieme della dominazione imperialista. Potremmo dire che nessuna di queste rivoluzioni nazionali, più o meno “conseguente” che sia (ed i gradi di tale consequenzialità sono certamente diversi per ognuna di esse), può risolversi “sino in fondo” entro il proprio ristretto recinto nazionale: non solo non può esistere un “socialismo in un solo paese”, ma neppure una piena e libera indipendenza nazionale a questa scala.
Il programma di Baku, “Primo Congresso dei popoli dell’Oriente” indetto dall’Internazionale Comunista nel settembre 1920, diceva esattamente ciò. Non si trattava di una specie di “parificazione” finalmente scoperta (contro precedenti “eurocentrismi”) tra rivoluzioni nazional-coloniali e rivoluzione proletaria, tra “colorati” e bianchi d’Occidente, ma di avvicinamento e fusione tra aree e tempi diversi in una unitaria strategia internazionalista, ovvero socialista. Niente a che fare coi “diritti universali”, l’universale “dignità dell’Uomo” e l’”antirazzismo”. Lì si parla, coerentemente coi postulati marxisti di sempre, di un “centro di gravità” attorno cui indirizzare le sparse e varie forze direttamente o più da lontano, ma intrinsecamente, anticapitaliste. E lasciamo pure parlare a vanvera gli... antigravitazionisti di buoni sentimenti cristianoidi.
Un documento a noi più vicino? Senza dover scomodare tutto il lavoro della Sinistra comunista italiana nel secondo dopoguerra che a qualcuno potrebbe suonare troppo “bordighista”, ci basti richiamare il Manifesto La guerra imperialista e la rivoluzione mondiale del ’40 a firma di un certo Leone Trotzkij:

Creando delle difficoltà e dei pericoli enormi ai centri metropolitani imperialisti la guerra crea delle vaste possibilità ai popoli oppressi. Il tuonare del cannone in Europa annuncia che l’ora della loro liberazione è prossima. (...) Nei paesi coloniali e semi-coloniali la lotta condotta per l’indipendenza nazionale, e di conseguenza la “difesa della patria”, è diversa da quella dei paesi imperialisti. Così il proletariato rivoluzionario del mondo intero accorda un sostegno incondizionato alla lotta della Cina e dell’India (etc. etc., n.) per la loro indipendenza, poiché questa lotta “strappando i popoli arretrati al sistema asiatico, al particolarismo ed alle catene straniere, porta dei colpi possenti all’imperialismo” (cfr. La Quarta Internazionale e la guerra)”, ma “al tempo stesso la IV^ Internazionale sa ed avverte apertamente le nazioni arretrate che i loro stati nazionali non possono contare a lungo su uno sviluppo democratico indipendente. Circondata da un capitalismo decadente ed intricato nelle contraddizioni imperialiste, l’indipendenza di uno stato arretrato non può essere che semi-fittizia e il suo regime politico, sotto l’influenza delle contraddizioni di classe interne e della pressione esterna, cadrà inevitabilmente in una dittatura eretta contro il popolo. (...) la lotta per l’indipendenza nazionale delle colonie non è, dal punto di vista del proletariato internazionale, se non una tappa transitoria lungo la via che trascina i paesi arretrati verso la rivoluzione socialista internazionale. (...) La IV^ Internazionale non erige steccati chiusi tra i paesi arretrai e i paesi avanzati, tra rivoluzioni democratiche e socialiste. Essa li combina e li subordina alla lotta mondiale contro gli oppressori” di cui è motore il proletariato internazionale come “sola forza rivoluzionaria della nostra epoca”. (E Bordiga? Sottoscrive e ne sviluppa analisi e lezioni ulteriori contro ogni sorta di “terzomondismo”...extra-gravitazionale.)

L’esperienza pratica ha pienamente verificato quanto sopra, tanto per i piccoli paesi sopra nominati quanto (non dispiaccia a qualcuno!) per gli stessi colossi capitalisticamente emergenti, quali la Cina e l’India, protagonisti di uno sviluppo accelerato inibito ai microbi o semi-microbi dei paesi a tardo risorgimento, ma stretto entro le stesse spire unitarie del sistema imperialista mondiale; e tutti, di conseguenza, configuratisi come “dittature erette contro il popolo”.
La democrazia politica formale, notava sempre Trotzkij, è “un lusso che solo le metropoli imperialiste possono permettersi” lucrando sulla pelle di altri (ed, alla fin fine, con continui recisi tagli ad essa stessa). Nei piccoli paesi di nuova indipendenza questo lusso non è minimamente concesso. Le loro direzioni nazional-rivoluzionarie borghesi in tanto possono andare avanti, per un certo periodo a termine, imprimendo ai propri stati delle regole “dittatoriali”, di accentramento assoluto del potere politico, per comprimere sia le “spontanee” spinte centrifughe microborghesi individuali ed i ritorni di fiamma di vecchi avanzi precapitalistici, sia l’emergere di una reale opposizione interna proletaria, senza con ciò riuscire a far quadrare i conti.
Un piccola questioncella, per inciso: la costituzione di un autentico partito comunista internazionalista in paesi anche e persino come Cuba o il Venezuela troverebbe di fronte a sé l’ostracismo dittatoriale di questi regimi, e non certo perché intenzionata a rompere la solidarietà anti-imperialista di essi ed a mettersi in affitto alle “dissidenze” pro-occidentali! L’anti-imperialismo di questi regimi marcia di pari passo con l’anti-socialismo.

Prendiamo proprio, ad esempio, il caso libico. Il buon Gheddafi (gli si concederà almeno di aver utilmente spazzato via il regime di re Idris legato mani e piedi all’Occidente!), nel suo Libro verde era arrivato persino a postulare che la stessa “giusta retribuzione” al lavoro costituiva una mezza misura transitoria sulla via della liberazione totale, incompatibile (aprite bene le orecchie!) col sistema del lavoro salariato e della produzione di merci; una società “senza danaro” ed “antimercantile”! Ma, al tempo stesso, questo programma... marxista veniva concepito ed attuato entro lo stretto ridotto nazionale (sia pure, all’inizio, allargato ad una “federazione di stati arabi”, che pure costituiva un bel passo in avanti), dovendo patteggiare con la persistenza di strutture tribali interne arretrate che non si era in grado di superare e spinte di ben precisi settori “nazionali” all’apertura verso l’Occidente, dal cui rapporto lucrare in solido per sé, e sempre con un occhio vigile – e repressivo – nei confronti di possibili emergenze proletarie vere (per quanto assolutamente marginali nella situazione specifica). Da qui tutto il cammino ulteriore a rovescio rispetto alle astratte petizioni iniziali.

Parentesi jugoslava: in un paese dove c’era stata una autentica sollevazione di popolo, proletari in prima linea, diretta da un partito “marx” –staliniano, contraddizione in termini, ma che comunque segnala la permanenza di una tradizione nostra (per quanto rovesciata), la teoria del “socialismo in un solo paese” si traduceva nella seguente affermazione: se così è, noi jugoslavi ce lo facciamo da soli, a nostro uso e consumo, senza nulla concedere all’egemonismo russo. Come? Addirittura con una autogestione dal basso (il capitalismo “popolarizzato”, o addirittura “proletario”!). “Indipendenza nazionale”: da Mosca sì, ma non dal sistema capitalista mondiale cui poi si è dovuto ubbidire in nome del “libero scambio” tra (dis)eguali (eguali di diritto, dis – di fatto). E, per questa via, non solo saltavano in aria le premesse e promesse socialiste, talora inizialmente affermate in modo convinto e non da fessi da certi esponenti del regime, ma gli stessi postulati minimi necessari ad un sano e robusto sistema borghese: vedi proprio la questione nazionale interna borghesemente irrisolta e su cui ha giocato l’imperialismo per mettere KO non Milosevic, ma un intero paese.

Ritorniamo al punto di partenza libico.
Conclusione: in Libia manca la “democrazia” e resta da lottare per essa. I superfessi “marxisti” evocati all’inizio ne concludono che l’esigenza democratica costituisce un collante tra “tutti”. Tutti chi? I famelici aspiranti quisling attenti al proprio portafoglio da servi dorati dell’imperialismo e il proletariato, il “popolo” degli esclusi dalla torta. Ma questi ultimi, ove fossero in grado di lottare per sé, non chiederebbero un’“universale” democrazia politica, ma – se proprio vogliamo – un proprio potere democratico, sin dall’inizio in collisione con gli interessi “democratici” degli strati sfruttatori alle loro spalle. Il vecchio cahier de doléances dei rivoluzionari borghesi francesi già non si limitava alla richiesta di una generica democrazia “per tutti” (borghesi, nobiltà, feudatari), ma poneva il problema della “rappresentanza” come una questione di potere effettivo (sin qui non abbiamo contato niente, vogliamo contare qualcosa e cioè tutto). Dovrebbero essere proprio i proletari ed il popolo oppresso a recedere da questi semplicissimi postulati in nome di una “democrazia di tutti”? Les aristocrates à la lanterne: tradotto in termini attuali i mercenari pro-NATO à la lanterne! Ci mettiamo anche Gheddafi (i Saddam, i Milosevic, gli Assad etc.)? Niente di male se per questa via. Ma così, disgraziatamente, non è e la “comune” insofferenza per un regime politicamente “dittatoriale” che tocca davvicino anche le classi oppresse, non si è tradotto sin qui in un’azione indipendente da parte delle forze nostre di classe di questi paesi, se non marginalmente e tra mille contraddizioni. La danza “democratica” è, generalmente, tenuta da forze che sin d’ora si apprestano a negarla alle masse sfruttate. In Libia, in particolare, ne vedremo delle belle in questo senso!

Ove fosse necessario un esempio meno “arretrato”, ci potremmo riferire al ’45 italiota. Qui un proletariato non di primo pelo e tuttora capace di esemplari battaglie immediate di classe (il famoso ’43 torinese!), è rimasto ostaggio – grazie all’odio implacabile col fascismo che gli aveva sottratto la sua libertà “democratica” di organizzazione e di azione ed al peso dell’imperialismo “democratico” libertador, cauzionato dall’URSS e dalla sua appendice PCI – della demagogia democratoide “per tutti”, Confindustria e CGIL, padroni ed operai, sì da cauzionare “alla Bengasi” i Badoglio, i Bonomi etc., come rappresentanti anche della propria causa, con tanto di Resistenza per il trionfo di un nuovo capitalismo democratico (in cui tutti i vecchi arnesi sono stati rimessi al proprio posto di sempre), cui successivamente cedere le armi e di cui godere i colpi della Celere neo-democratica.

Sulla “rivoluzione araba” molto si parla a sproposito, ignorando precisamente questo crinale decisivo. Nelle mani di chi è questa supposta rivoluzione? Noi ci atteniamo al fatto che, da qualche parte (vedi in particolare l’Egitto), la parte proletaria non si è mossa nell’indistinto “antidittatoriale”, ma ha esibito i primi dati delle proprie esigenze di classe, del proprio programma. Siamo, ovviamente, ai primi vagiti e non allo scontro decisivo di classe e noi non ci facciamo affatto prendere dall’euforia con cui molti straparlano di Comuni proletarie (anche per paesi in cui oggettivamente il proletariato è estremamente ridotto per effettivi sia pur soltanto “sociologici”).
Non la “democrazia universale”, ma quella per noi, la dittatura proletaria di classe, il socialismo: questo resta, comunque, il programma di cui seguiamo con calda partecipazione le prime anticipazioni.

12 settembre 2011