nucleo comunista internazionalista
CILIGA, UNO E DUE
Lo “sconosciuto” Ante Ciliga,
rivoluzionario comunista (a suo tempo) croato, è uno dei personaggi che ha
contribuito a dare un quadro realistico, e molto materiale (al di là e contro
tutti gli apparati dottrinari di comodo) della realtà sovietica con l’avvio
dello stalinismo e con qualche precedente pre-stalinista, di cui Lenin per primo
s’era accorto, affrontandolo come si doveva nei limiti delle sue stesse, e
potentissime, risorse soggettive. Il suo libro Nel paese della menzogna e
dell’enigma, editato quasi clandestinamente in Italia nel ’51, seguito da un
secondo volume, Siberia, aveva il pregio, anche rispetto alle vigorose
denunce “dottrinarie” di Trotzkij (di cui il Ciliga era stato inizialmente
seguace), di porre sul tappeto la realtà della feroce espropriazione
controrivoluzionaria (politica e sociale) in atto nell’URSS, ben al
di là dei termini “degenerativi”, ma comunque “strutturalmente” saldi in senso
“post” ed “anticapitalista” dello stesso Trotzkij. Questa sua opera viene oggi
rieditata dalla Jaka Book ed un compagno nostro corrispondente ci chiede di
socializzare delle sue riflessioni in merito al “personaggio”. Lo facciamo
volentieri, come invito a leggere quest’opera di estremo interesse, ma con
qualche osservazione del tutto contrastante con la “recensione” propostaci.
Qualcuno, tra i più vecchi di
noi, aveva già da quel dì segnalato ai compagni l’importanza del libro di Ciliga
in oggetto quale miniera di rilevamenti materiali vissuti e subiti di persona
quanto al tema di cui sopra s’è detto, e cioè il rovesciamento del
senso di fondo della realtà sovietica, che mal si definirebbe solo in quanto
“tralignamento dottrinario” senza entrare nel vivo dei rapporti reali di classe
ad esso connessi, sino a “vagheggiare” la ripubblicazione commentata di alcuni
dei passi più vivi del suo libro. Nessuna illuminazione tardiva, quindi, per
noi.
Ma il Ciliga dalla denunzia
dello stalinismo derivava, a nostro avviso, dalle controrisposte formali
alla “degenerazione sovietica”, vista non, sino in fondo, come
controrivoluzione borghese, ma come “violazione” in assoluto di “valori
democratici” (per quanto rivestiti di aggettivi di classe). Tutto ciò era
perfettamente spiegabile, ed in qualche misura plausibile, tra coloro che,
postisi a difesa dei principi rivoluzionari, venivano schiacciati dalle
“maniere” dittatoriali. Di qui l’assolutizzazione della “democrazia operaia”
come forma assorbente il contenuto stesso della rivendicazione
emancipatrice, per poi defluire nella democrazia tout court.
Di seguito, il Ciliga si è
molto occupato, prima in Francia e poi in Italia, luogo del suo ultimo esilio,
della Jugoslavia, e su questo tema la deriva è stata totale: primo, la questione
jugoslava diventava un affare “interno”, da “stato indipendente”, del tutto
slegata da una prospettiva comunista internazionalista; secondo, e peggio, la
critica al titoismo si rivestiva totalmente di aspetti nazionalistici croati,
come se la questione dei “diritti nazionali croati” acquistasse un rilievo
assoluto ed a sé in contrapposizione ad un (spesso pretestuoso) “accentramento
serbista” con gli stessi caratteri.
Questi suoi lavori
giustificano appieno i rilievi di Philippe Bourrinet contestati dal nostro
corrispondente, e non ci sono santi che tengano. Il “problema jugoslavo”,
isolato dal suo contesto internazionale e dai termini di classe, si risolveva di
fatto in puro nazionalismo croato di “popolo” (mai una parola sui temi di
classe, in Jugoslavia in generale ed in Croazia più in particolare; mai un
richiamo ad un’azione inter-nazionale di classe nel paese per uscire dal
marasma delle lotte nazionalistiche interne –in questo caso gli avremmo
volentieri perdonate certe esagerazioni “antiserbiste” qualora sottese da
un discorso di classe-). Vi si arriva, addirittura, a giustificare
esplicitamente le azioni ustascia di Ante Pavelic, “esagerazioni” a parte, come
“risposta” all’”oppressione serbista”, e non c’è altro da aggiungere! Può darsi
che, nell’entusiasmo suscitato da questo libro, o non si sia sentita la
necessità di leggere il resto o si siano inforcati occhiali ben foderati di
nero. Sempre disponibili a sentire le controdeduzioni altrui.
L’ultimo Ciliga, quindi, è
per noi un cadavere (marxisticamente parlando) che veicola i messaggi
controrivoluzionari che poi abbiamo visto all’opera nella guerra “interna”
jugoslava. Gli restava “il sogno di una cosa”? Non abbiamo elementi certi per
dirlo, ma, in ogni caso, si sarebbe trattato di una lontana “aspirazione” del
tutto dissociata dalla sua specifica azione politica personale, comunque
marginale o del tutto irrilevante (per motivi storici che non si imputano al
personaggio), ma, in ogni caso, messa al servizio delle peggiori derive
controrivoluzionarie, interne ed esterne.
Dicendo questo, stanti al
nostro metodo, non imputiamo al “personaggio Ciliga” la deriva in questione, ma
chiamiamo ad una riflessione sul come e perché fior di comunisti,
partendo da una doverosa opposizione allo stalinismo, si siano fatti travolgere
prima dal “democratismo” borghese in veste operaista, poi dall’ideologia
borghese senz’altri aggettivi, quando non da specifici co-interessanze materiali
(il che non sembra il caso di Ciliga) col nemico. E pensiamo solo a Burnham ed
al suo tragitto, da un’iniziale contestazione –non del tutto immotivata- agli
“schematismi dottrinari” di un Trotzkij “difensivista” dell’URSS oltre i limiti
del marxisticamente consentito per approdare infine all’iper-conservatorismo
yankee e (parrebbe) alla CIA.
Il che nulla toglie al valore
permanente e più che mai vivo dell’opera prima di Ciliga, per la quale
resta doveroso il senso di attenzione entusiasta testimoniata dal nostro amico
“recensore”.
20 gennaio 2008
Uno
dei tanti dimenticati: Ante Ciliga
di Antonio Pagliarone
Da tempo la “morte rossa” devastava il paese
Mai epidemia era stata così fatale, o più
spaventosa.
Edgar Allan Poe, La maschera della morte
rossa [1]
Ho
letto tutto d’un fiato la copiosa nota introduttiva di Paolo Sensini alla
pubblicazione in edizione critica e integrale di Nel paese della grande
menzogna di Ante Ciliga, uscito da poco in libreria (A. Ciliga, Nel
paese della grande menzogna. URSS 1926-1935, Jaca Book/Fondazione Micheletti,
Milano 2007, pp. LXVII + 503, Euro 35,00). Non riuscivo a distrarmi. Le
informazioni contenute nel suo poderoso intervento, titolato felicemente Un
secolo di Contestazione: il Novecento di Ante Ciliga, sono di una minuzia e
di una documentazione che definirei più che complete. Sensini ha inoltre
proceduto, per la versione italiana, a una collazione delle edizioni esitenti
dell’opera in tutte le maggiori lingue avvalendosi anche del ricco archivio
personale di Ciliga.
Degna di nota, a pagina X,
è la cartina approntata dal curatore che riporta il percorso di una vita ricca
di peripezie del rivoluzionario croato attraverso il continente euroasiatico
fino alle regioni siberiane più estreme come Irkutsk, dove Ciliga venne
internato, con altri oppositori, dal regime staliniano. Sensini ripercorre la
vita di Ciliga soprattutto mettendo in evidenza con chiarezza, senza quindi
utilizzare quel linguaggio tipico del politicantismo rivoluzionario,
l’evoluzione culturale e soprattutto umana di un uomo che “ne ha viste di tutti
i colori”, e mai tale affermazione è stata più adatta ad un protagonista del
’900. Ciliga si è infatti sempre trovato, per caso o volutamente, nei luoghi
dove si sono verificati gli accadimenti più eclatanti della storia del secolo
appena trascorso e il curatore sottolinea, con puntualità, come tali accadimenti
abbiano influenzato pesantemente il punto di vista del protagonista.
Vi si ritrovano infatti
esperienze e persecuzioni che lo spingeranno, forgiandolo, verso il paese in cui
era avvenuta quella rivoluzione che i giovani comunisti europei sognavano in un
clima di disordine generale prodottosi dopo la Prima Guerra Mondiale. E che,
nonostante le pene incredibili che dovrà poi subire nel corso delle sue
peripezie in Unione Sovietica, gli fece scrivere: “La mia sete di conoscere fino
in fondo la nuova Russia mi sembrava giustificare appieno tutti i rischi”.
Avendo letto molti anni fa un piccolo frammento
di questo straordinario lavoro sull’URSS nella raccolta di Bruno Bongiovanni
intitolata L’antistalinismo di sinistra e la natura sociale dell’URSS [2],
in cui veniva riportato il capitoletto E ora? e uno stralcio decisamente
smozzicato del capitolo chiave Anche Lenin.., sicuramente censurato dalla
casa editrice allora molto allineata con certo stalinismo maoista, rinvigorii le
mie tendenze antileniniste piuttosto precoci e decisamente ultraminoritarie in
quegli anni di giovanile subbuglio.
E’
vero, come riporta Sensini, che Ciliga ha influito potentemente su non pochi
gruppi e individui nel determinare un rifiuto deciso del leninismo
terzointernazionalista, persino su un ex trockista come Cornelius Castoriadis,
piuttosto restio ad ammettere di aver subito influenze esterne [3]
e che ha dovuto ammettere che la lettura del Paese della grande menzogna
ha contribuito in maniera decisiva a fargli abbandonare il baillame
trockista [4].
Ricordo che rimasi esterrefatto leggendo le pagine relative alla descrizione
delle diverse posizioni sul partito di Stalin assunte dai membri
dell’Opposizione di sinistra deportati nell’“isolatorio politico” di
Verhneural’sk. Le varie tendenze trockiste si scontravano, anche animatamente,
come se si trovassero al Comitato centrale, sulle scelte del partito, sulla
natura del sistema sovietico e sul ruolo dell’“Uomo di Acciaio” (Stalin) dopo
essere state relegate in un campo di prigionia ai confini del mondo. Tutto ciò
era assurdo. Lo stesso Ciliga, che inizialmente si lascia coinvolgere in tali
diatribe, senza peraltro caldeggiare alcuna tendenza, si rende poi conto della
situazione paradossale che stava vivendo a seguito di una conversazione avuta
con il “decista” [5] Prokopenja, che ironicamente affermava: “Compagno Ciliga, non prendertela
tanto calda a proposito della lotta di Lenin contro la burocrazia. Tu ti basi su
uno degli articoli scritti da lui prima di morire, quello sulla riforma
dell’Ispezione operaia e contadina. Forse che egli chiama le masse a
organizzarsi contro la burocrazia? Neanche per sogno. Propone la creazione di un
organismo speciale, con il suo personale ben retribuito: un organismo
superburocratico destinato a combattere la burocrazia!” (p. 218).
Da
questo momento Ciliga inizia a mettere in discussione lo stesso Lenin e si
avvicinerà ai gruppi della sinistra russa più radicale come l’Opposizione
operaia ma soprattutto ai deportati vicini al Gruppo operaio di Gavril Mjasniko [6],
che era riuscito ad emigrare in Europa nel 1928-30 entrando in contatto
con le opposizioni della sinistra radicale francese e con il gruppo di
fuorusciti italiani raccolti intorno a Michelangelo Pappalardi (un altro
“dimenticato”), che ospiteranno sul loro giornale “Le Reveil Communiste”(poi
“L’Ouvrier Communiste”) alcune parti del Manifesto del Gruppo operaio. E’
interessante leggere quel dialogo immaginario con Lenin che Ciliga sviluppa in
questo capitolo poiché esso mette in evidenza la crisi profonda che un giovane
leninista vive dopo aver conosciuto la realtà prodotta da una rivoluzione tanto
esaltata a quei tempi. In effetti è in questo tetro ambiente del sistema
concentrazionario di Verhneural’sk che Ciliga arriva a considerare il sistema
sovietico come un Capitalismo di Stato, definizione che in seguito
caratterizzerà tutte le tendenze più critiche del “comunismo russo” in cui sono
stati attivi i “dimenticati”.
Ricordo che verso la metà degli anni ’90, quando veniva rievocato Danilo
Montaldi con l’uscita della sua raccolta Bisogna sognare [7],
molti non ne conoscevano nemmeno l’esistenza. Montaldi, che ebbe la stessa crisi
d’identità con il leninismo dei giornaletti di propaganda, cercò lui stesso di
superare i connotati più integralisti tipici di quest’ambiente [8].
Venne tuttavia definito da alcuni come neo-leninista, ma ritengo che egli fu in
grado di favorire il superamento di certi atteggiamenti del passato con un
occhio vigile al suo tempo e con intuizioni che era impossibile diffondere nel
clima degli anni ’70; infatti egli non aderì a nessuna delle formazioni
politiche dell’estrema sinistra di quel periodo. Pensare che viveva a Cremona e
ben pochi lo conoscevano! Come lo stesso Ciliga che non ha avuto la
soddisfazione di vedere pubblicata integralmente in Italia e diffusa
l’esperienza vissuta nel Paese della Grande Menzogna in anni nei quali
avrebbe potuto dare un contributo unico all’evoluzione di certa
intelligenicija nostrana. Viveva a Roma e solo uno sparuto numero di persone
ebbe il privilegio di incontralo.
Una di queste fu Pier Paolo Poggio, che ha riportato quest’esperienza nella
postfazione alla nuova edizione nella quale ricorda, come del resto ha fatto
anche Sensini nel suo lungo saggio introduttivo, come il vecchio rivoluzionario
croato non solo avesse lo sguardo attento ai fatti jugoslavi, prevedendo
lucidamente il crollo della federazione tenuta insieme forzatamente dal
Maresciallo Tito, ma in particolare ai destini della sua amata Croazia specie
dopo la separazione.
Aveva torto Philippe Bourrinet nell’appendice al suo libro Ante Ciliga
(1898-1992). Nazionalismo e comunismo in Jugoslavia, pubblicato da Graphos
nel 1996, a considerarlo un revisionista e annoverarlo tra i neo-nazionalisti
croati emersi con il governo di Franjo Tuđman.
Ciliga, a 92 anni, tornò nella sua terra dove tenne una conferenza ai giovani
dell’università di Zagabria proprio sul Mito e la realtà della Rivoluzione
Russa che lo aveva tanto affascinato in gioventù; non aveva quindi cambiato
assolutamente le sue opinioni ed era solo ritornato al punto di partenza, là
dove aveva vissuto da studente le prime esperienze politiche nei movimenti dei
giovani rivoluzionari croati.
Il
volume è corredato in appendice da una bibliografia completa delle opere di
Ciliga in tutte le lingue che permette di ripercorrere le tappe fondamentali
della sua evoluzione intellettuale, politica e personale, oltre alle date dei
congressi del Partito socialdemocratico russo (b), poi Partito comunista russo,
e dei congressi dell’Internazionale Comunista. Vi è inoltre un’appendice
dedicata alle sigle e ai nomi delle varie istituzioni ed organizzazioni
politiche, un elenco dei principali luoghi presenti nel testo; si segnalano
inoltre molto interessanti i profili biografici di alcune personaggi citati nel
volume, alcuni dei quali vanno sicuramente annoverati tra i “dimenticati”.
Possiamo dunque,
come ha fatto Sensini, definire senz’ombra di dubbio Nel paese della grande
menzogna come una sorta di Odissea del XX secolo, e il suo
protagonista un novello Ulisse che ritornerà solo in tarda età nella sua terra
d’origine, la Croazia, arricchito da un’esistenza tesa a ricercare la verità e
ad andare fino in fondo nell’esplorazione dei fenomeni che si svolgevano
tumultuosamente intorno a lui. Ciliga ha avuto la forza morale e intellettuale
di lasciarsi dietro le spalle tutto quel bagaglio ideologico che ha condizionato
così pesantemente questo crepuscolo di fine millennio, dimostrando con ciò un
grande coraggio nel superare la fede abbracciata fin dalla giovanissimà
età. Un coraggio che solo pochi “dimenticati” del ’900, mai riconosciuti dalla
mediocrità autocompiaciuta e dall’allineamento che hanno sempre dominato la
cultura “di sinistra”, hanno avuto. Ma si sa, gli eretici o vengono bruciati o
sono sommersi dalla propaganda dei conformisti. Figure eroiche che appartengono
ormai a un’altra epoca e che, forse, non potranno esistere mai più. A meno che...
[1] Edgar Allan Poe, La
maschera della morte rossa, in Id., Racconti del terrore,
Mondadori, Milano 1997.
[2] B. Bongiovanni (a cura di),
L’antistalinismo di sinistra e la natura sociale dell’URSS,
Feltrinelli, Milano 1975.
[3] Quando insieme a Claude Lefort fondò la rivista
Socialisme ou Barbarie allontanandosi dal PC Internationaliste francese,
di chiara ispirazione trockista, ruppe con la tesi del partito esterno ma si
infuriava se qualcuno ricordava che già i comunisti consiliari olandesi e
tedeschi avevano lucidamente rotto con il leader rivoluzionario russo nei
primi anni ’20. Interessante il ricordo di Serge Bricianer (entrato in S ou
B agli albori) pubblicato sulla rivista “Collegamenti Wobbly” (n. 12,
luglio-dicembre 2007, pp. 93-103), secondo il quale Castoriadis gestiva il
gruppo redazionale della rivista come fosse egli stesso Lenin. Per le
tendenze della sinistra consiliare non leninista vedi J. Barrot, La
sinistra comunista in Germania, La Salamandra, Milano 1981; Enzo
Rutigliano, Linkskommunismus e rivoluzione in Occidente, Dedalo, Bari
1974; Philippe Bourrinet, Alle origini del comunismo dei consigli: storia
della sinistra marxista olandese, Graphos, Genova 1995, oppure l’ottimo
La rivoluzione non è affare di partito, di Otto Rühle, e anche
Amore e Rabbia, oltre alla raccolta di Paul Mattick, Ribelli e
Rinnegati, Musolini Editore, Torino 1976.
[4] A questo proposito si veda la
nota 259 a p. LXVI dell’introduzione di Sensini, in cui viene riportata la
testimonianza sul “debito teorico” di Castoriadis nei confronti dell’opera
di Ciliga.
[5] Venivano definiti così gli
appartenenti del gruppo “Centralismo democratico” di Timofej Sapronov e
Vladimir Smirnov che costituivano una delle tendenze di sinistra interne al
Partito bolscevico negli anni ’20.
[6] Leader operaio del Partito comunista russo che
negli anni ’20 iniziò una battaglia contro la direzione leninista del
partito e contro Lenin. Il Manifesto del Gruppo operaio è reperibile
in Roberto Sinigaglia, Mjasnikov e la rivoluzione russa, Jaka Book,
Milano 1973.
[7] D. Montaldi, Bisogna
sognare: scritti 1952-1975, Edizioni Colibrì, Milano 1994.
[8] Si veda a tale riguardo D.
Montaldi, Korsch e i comunisti italiani: contro un facile spirito di
assimilazione, Savelli, Roma 1975.