nucleo comunista internazionalista
confronto politico






LABORATORI VECCHI E “NUOVI”

La nostra recente nota sul cosiddetto “comunitarismo” (“Questione nazionale: marxismo e anti-marxismo, rivoluzione e contro-rivoluzione”) ci è valsa una amena replica, su cui non intendiamo soffermarci più di tanto. Il primo motivo di scandalo invocato dal... replicante consisterebbe nel fatto che nulla della produzione “comunitarista” è mai stata inviata ufficialmente al nostro... Comitato Centrale, ma, casomai, a singoli indirizzi di (nostri) “privati cittadini”. Embé? Noi non ci siamo lamentati del fatto di venir disturbati (questa poi!) da e-mail di fastidiosi estranei, ma dai loro contenuti, che, al pari dei nostri, sono pubblici e non hanno alcun bisogno di advisor alla ww.pincopallino.org a farne oggetto di conoscenza. E, quanto a questi contenuti, sarà sufficiente ai navigatori esperti rendersi da sé conto di che si tratta. La replica ricevuta (pardon!, segnalataci nottetempo da qualche misterioso soggetto riuscito a captarla: leggi Internet) parla da sé, e non ci ritorniamo sopra.

Invece, ad uso dei compagni, vorremmo qui ribadire alcuni punti fissi attinenti al nostro essere NCI.

Primo: c’è chi afferma che il marxismo classico è fallito come “dottrina” ed anche quanto a “metodo” (da tanti fessi contrapposto alla dottrina o, comunque, indipendente da essa). La contestazione parte, in genere, da parte di fitte schiere di ex –“marxisti” delusi dal fatto che nessun Superenalotto è stato azzeccato dalle vecchie barbe e che, in luogo di mettere in causa le proprie pregresse incomprensioni dell’essenza stessa del marxismo, se ne sono fatta una ragione per cercare nuove vie sconosciute in vista della scoperta di inedite Nuove Indie attraverso la messa in atto di “laboratori aperti”, per definizione “non dogmatici” (quindi: senza dottrine e metodi prefissati), in cui ad ogni singolo sia dato di inventarsi qualcosa di nuovo, di originale. Il motto potrebbe essere quello di una certa poesia di Montale: non sappiamo chi siamo né dove andiamo; questo solo sappiamo (ma lo vogliamo fermamente!). Noi, invece, osiamo credere di saperlo: tutte le “innovazioni” creative sin qui propinateci – e non è una cosa nuova,come vedremo qui di seguito! – , altro non sono che riadattamenti di vecchie dottrine (sì, proprio così!) antimarxiste più o meno direttamente legate all’arsenale ideologico borghese. Ai ripetuti “insuccessi” del marxismo classico nel senso di rivoluzioni mancate o non andate a buon porto finale (nel senso, appunto, del mancato Superenalotto da portare a casa e da mettere a frutto) si è da tempo indefinito risposto rispolverando ogni sorta di “novità” ammuffita dell’arsenale ideologico borghese (classe dominante-cultura dominante, specie sulla testa di marxisti omeopatici): dal revisionismo riformista di Bernstein a quello “rivoluzionario” di tipo anarco-sindacalista o, persino, a quello “estremista infantile” (ben nutrito di succhi anarcoidi). La collocazione pratica che ne è derivata non è stata in nessun caso quella oltre il marxismo classico in senso rivoluzionario, ma quella, controrivoluzionaria, entro le maglie borghesi. E, guarda caso!, hanno messo capo a quest’ultimo esito sino al coinvolgimento, diretto o pervie traverse, agli esiti di guerra dell’imperialismo: in un caso come “sospensione” della lotta di classe antagonista al sistema in nome di “ricostruzione dell’economia post-bellica” (perché in stato di penuria il socialismo è impensabile) per strappare “nuove riforme”; nell’altro come coinvolgimento diretto in presunte “guerre rivoluzionarie” nazionali da cui far scaturire i germi di un “nuovo” socialismo. In quest’ambito annoveriamo tutte le svolte e giravolte dello stalinismo internazionale, da quello di babbo Stalin a quelli tipo “democrazia di tipo nuovo” togliattiana o “non allineamento” (con chi?) titoista. Non s’illudano i “nuovi laboratori” di scappare alla stessa sorte perché, costituzionalmente, persino al di sotto di questi non edificanti precedenti. (Pubblicheremo in seguito un manifesto tipico di questa genia di innovatori a memoria ed ammaestramento del “pubblico”)

Sì, noi siamo “dottrinari”, non nel senso che per noi i testi classici rappresentino un Talmud da cui attingere sin all’ultima virgola delle “ricette” universalmente valide al di là degli spazi di tempo e luogo materiali (il che rappresenterebbe di per sé una negazione del marxismo stesso), ma in quello dell’arroccamento su una intelaiatura di fondo valida non solo per ieri, ma in grado di contenere integralmente i presupposti per capire l’oggi ed il futuro. Si pensi solo all’attuale scenario della “globalizzazione” già presente nei suoi tratti fondamentali negli scritti di Marx ed Engels su India, Russia, Cina che smentiscono da sé sia le presunte ipotesi “eurocentriste” ad essi imputate da malcapitati pensatori borghesi confessi e da presunti “marxisti”... fessi finiti dal lato opposto della barricata. Certo, L’imperialismo, fase suprema(correttamente: più recente, “novissima”) del capitalismo di Lenin si apportano dati... supremi, “novissimi”, non presenti in Marx ed Engels a livello del rilevamento dell’attualità, ma, come scrive lo stesso Lenin a prefazione di un opuscolo di Bucharin sull’imperialismo, “è inoltre estremamente importante non dimenticare che questa sostituzione (dell’imperialismo alla fase precedente, n.) è stata effettuata proprio dall’evoluzione, estensione ,continuazione diretta delle tendenze più profonde e radicali del capitalismo e della produzione mercantile in generale” già definitivamente analizzate da Marx. Se “nuovi laboratori” si mettessero su questa strada tanto di guadagnato, a conferma dell’invarianza del marxismo! Altrettanto si dica, di conseguenza, dell’insorgenza dei popoli dominati e/o controllati , previsti ed analizzati a tempo e modo acconci dal marxismo nel quadro di una rigorosa “analisi delle caratteristiche e delle tendenze fondamentali dell’imperialismo, come sistema di rapporti economici del capitalismo contemporaneo” (come sopra quanto a “novità” su cui... riorientare cervelli mal combinati). Ma, per tirare una conclusione decisiva, quello che urta gli innovatori dell’obsoleto marxismo, coi soliti mezzi da pezo il tacòn che il buso, è il punto centrale di esso: ossia la centralità dell’antagonismo proletariato-borghesia cui si oppongono “nuovi soggetti”, “nuovi bisogni”, e “nuovi”, vecchissimi, protagonisti intellettuali il cui compito potrebbe riassumersi in questa semplice formula: “E’ giunto il momento di passare dalla pretesa di cambiare il mondo per meglio rifletterlo, di passare dai piedi alle teste” (e non aggiungiamo altro a queste ultime).

Pensiamo solo alla straordinaria obiezione che da molte parti ci viene mossa: noi (e intendiamo qui non solo e non tanto il nostro povero NCI, ma l’insieme del corpus dottrinario – oh, vergogna! – cui ci riferiamo da umili scolaretti) non saremmo in grado di “distinguere” tra imperialismi in prima e sub-imperialismi in seconda. Basterebbe come replica la rilettura di quegli scritti di Bordiga in cui, precisamente contro la semplificazione di certi estremisti più mongoloidi che infantili propensi ad “eguagliare” come peso specifico tutte le borghesie esistenti (dagli USA a, magari, il “nazionalismo palestinese”, peggiore semmai delle prime in quanto aspirante da zero allo... “stesso” ruolo, come leggemmo in certi scritti della CCI), si dice: se non si sbaracca l’imperialismo USA la rivoluzione socialista è destinata al fallimento, anche nel caso di una rivoluzione a... Canicattì. Il “sistema” non va demolito a pezzi, ma nel suo insieme, a partire dai “numeri uno”. Solo che questo obiettivo può essere conseguito esclusivamente a condizione che il proletariato internazionale agisca... sistematicamente come esercito unitario e non quale supporto dei “sub” aspiranti al proprio posto al sole. In breve: per battere l’imperialismo numero uno, due strade sono aperte: o legarsi al proletariato statunitense (e non ce ne nascondiamo le difficoltà!), o alle borghesie nazionali “soffocate” da esso nel sistema(e per una ridefinizione dei suoi rapporti interni di sistema).

La crisi catastrofica del ’14 non si presentò nella socialdemocrazia tedesca come espressa rinunzia al marxismo. I “nuovi laboratori” dei socialsciovinisti addirittura pretesero di restare fedeli a Marx attraverso la rivendicazione della lotta contro il bastione reazionario russo contro cui occorreva mobilitarsi. Gli spartachisti seppero dare a ciò la giusta risposta: “il nemico principale è in casa nostra”, gli amici nei rivoluzionari russi assieme ai quali intendiamo metter fine a questo sistema di “primi”, “secondi” ed “ultimi” (vedi la posizione dei rivoluzionari serbi). Nel ’39 lo stalinismo, forte del patto Molotov-Ribbentrop, finse la stessa posizione contro la guerra imperialista da entrambi i lati, salvo, in seguito all’aggressione hitleriana, a passare al fronte unico(borghese) delle cosiddette “democrazie” (ipercolonialiste) contro il fascismo. E, in nome della difesa della “patria socialista”, ci si arruolò in una guerra profittevole in primissimo luogo all’iper-imperialismo stelle e strisce (con tanto di divisione concordata delle “zone d’influenza”: vedi la pugnalata alla schiena della Grecia e quella, preventivata ma andata poi storta, della Jugoslavia, per non parlare degli appelli ai popoli colonizzati a non muoversi per i propri interessi non coincidenti con gli interessi del fronte!). Coerenza vorrebbe che si riconoscesse ai combattenti di Salò, specie quelli “rosso-neri”, (e di Berlino) di aver lottato “progressivamente” per un’Europa forte ed anche, se si vuole, “sociale”, come previsto entro il sistema dallo stesso Terzo Reich. Non a caso, né impropriamente, da questo punto di vista, i “rosso-neri” attuali rimpiangono che allora si sia alterato e spezzato l’asse “naturale” tra i tre campioni potenziali della “rivoluzione anti-imperialista” (intesa come anti-USA): Hitler, Stalin, Mussolini. Ci ritorneremo sopra quest’autunno, finite le ferie d’obbligo.

Piccolissima coda, non per rispondere a banalità polemiche di gente a noi estranea e di cui non ci interessa un accidente, ma a chiarimento ad uso dei compagni che ci leggono con attenzione. Il NCI è ben lungi dal pensarsi ed agire come presupponentesi “partito formale” già in atto. Il partito vero verrà e non sarà la “dilatazione” del nostro NCI, ma l’incontro di sforzi tenaci da parte di una miriade di gruppi e gruppetti e persino di individualità, in partenza. E si darà in relazione ad un franco, fraterno ed intransigente dibattito sui temi centrali di un conseguente indirizzo marxista cui noi tendiamo– nel nostro piccolissimo, di cui sentiamo insieme tutto il peso e tutte le responsabilità – . Se, ad esempio, ci siamo separati dall’OCI, cui “forse” abbiamo dato qualcosa nella fase di formazione, teorico-programmatica ed organizzativa, non lo abbiamo fatto per “autocertificarci” come “partito formale”, ma per porre dei paletti contro per noi evidenti slittate in senso movimentista difforme alla “regola” marxista, senza in nulla accedere ad una “politica” di lotta interna per accedere al controllo formale dell’organizzazione già di nostro riferimento. In questa fase di “circoli” ognuno faccia la sua parte. L’“ideale” sarebbe che sui temi che stanno sul tappeto si discuta e ci si confronti da compagni. E da compagni lo proponiamo da sempre anche oltre questo recinto da “ex” provvisori. I risultati, sin qui, non sono eccellenti, ma stenteremmo a credere che ciò si debba alle nostre “chiusure” da circoletto chiuso e soddisfatto di ciò. Prendiamo atto che tanti da cui ci siamo separati, sempre con quest’attitudine di fondo, hanno imboccato altre ed opposte strade ed alcuni, sin dall’inizio, si sono definitivamente persi. .Ma, al tempo stesso, vediamo che lo sforzo di un riorientamento marxista è tutt’altro che chiuso, si cominci pure da dove si comincia, e noi siamo i primi a spingere verso una reale intercomunicazione senza preconcetti e...autoritarismi da “partito formale” già dato. Quando polemizziamo contro altrui posizioni non lo facciamo per autorecintarci, ma per allargare il recinto. E chi volesse venire alla nostra micro-organizzazione in questo senso saprà, dovrà muoversi, in vista della costruzione di una rete(tuttora indefinita ed indefinibile) di comunisti uniti sulla base di una teoria, di un programma e di una (conseguente) organizzazione marxista. Se volete, noi abbiamo l’ambizione addirittura di scomparire come NCI in quanto organizzazione formale, che non ha né statuti né “capi” formali. Purché questo significhi non la scomparsa del nostro indefettibile marxismo, ma la sua verifica in una nuova, più larga, organizzazione ad esso conseguente, e di cui non ci sentiamo affatto “proprietari”, ma semplici segnalatori degli indispensabili paletti. Laboratorio vecchio, ma ben collaudato!

30 luglio 2010