DAL CRETINISMO PARLAMENTARE
AL CRETINISMO ASTENSIONISTA
(Giugno ’83)
1) Il sessantottismo (e ci riferiamo ad un esempio soltanto tra le tante esperienze che stanno,
inutilizzate, a disposizione del movimento proletario) ci ha offerto tutta una gamma di iniziative”
sul piano elettorale(sco). Coalizzarsi tra “tutte le forze rivoluzionarie” era d’obbligo “per non
perdere il tram”. Per parte nostra, non abbiamo mai stigmatizzato il fatto in che delle forze si
mettessero insieme, ma i presupposti dell’“unità” così raggiunta: un programma cretinista
parlamentare che di comune, tra i varî sodali, aveva solo la comune concorrenza “a sinistra” a PCI
e soci. (Mi pare che da qualche parte ci sia un nostro intervento specifico in direzione di Lotta
Continua in occasione dell’ennesimo “listone rosso” in cui si partiva proprio da ciò: non lo scandalo
del mettersi assieme ad altri, ma il senso di questa “unità”, la sua destinazione politica). Uno
studio sull’“estrema sinistra” e le elezioni dal’68 in poi ci mostrerebbe tutte le metamorfosi possibili
di questo comune (e qui comune!) cretinismo parlamentare. Risultati odierni: liste autonome
sempre più sfuocate per quanto riguarda anche il semplice riferimento rivoluzionario (DP-LCR),
reingresso “indipendente” nel PCI (PDUP), dissolvimento nel nulla, passaggio attraverso
l’esperienza radicale (oggi K .O., lasciando molti orfani sconsolati), sosta alla Canossa del PSI, etc.
etc. Tutto ciò non è casuale frutto delle mutate condizioni oggettive, ma nel mutare delle
situazioni – la logica conclusione di un percorso coerente in senso antimarxista.
2) C’è da sperare che, almeno nei nostri dintorni, non alligni al presente un tale cretinismo
(anche se sono arciconvinto che esso si ripresenterà quando “nuove mutate situazioni” lo
renderanno ancora una volta attuale: i presupposti dell’attuale rifiuto dell’agone parlamentare non
sono tali da far presupporre un superamento ab imo delle basi ideologico-politiche delle passate
esperienze...). Dico “speriamo” perché questa sia pur provvisoria e parziale separazione dal
cretinismo parlamentare in atto può offrire un’occasione a noi per tentare un lavoro di
chiarificazione a fondo, alla condizione tassativa che sappiamo riconoscere le risorse oggettive e
soggettive della situazione, le nostre risorse, i nostri compiti.
3) Punto di partenza: come abbiamo rifiutato da cima a fondo i fronti elettorali per i loro
contenuti e le loro conseguenze politiche, e non per astratte considerazioni moralistiche
(astensionismo di principio, ripulsa di ogni coalizione tra organizzazioni diverse etc.), così
dobbiamo oggi rifiutare nel modo più reciso il frontismo antielettorale, quale sinonimo di
cretinismo antiparlamentare per i contenuti su cui esso si postula, al di di pompose
dichiarazioni rivoluzionarie ortodosse. Non era allora e non è oggi questione di buone intenzioni, di
soggettività o paccottiglia del genere, ma di dati materiali.
4) Voglio ricordare un antecedente che potrà tornare utile.
Nel marzo’78, in Francia, i compagni di Combat Communiste misero in atto una
“combinaison” anti-elettorale con i gruppi OCA ed UTLC (anarchici). Dopo un’esperienza di
appoggio critico a LO e, per via indiretta, alla “gauche” (PCF in prima linea), questo poteva essere
un primo passo, e noi l’abbiamo valutato come tale, ma avvertendo che nulla valeva fare il passo se
si imboccava un’altra strada sbagliata. Cosa giustificava il fronte anti-elettorale? La “coscienza”
dell’im-praticabilità della tattica elettorale indiretta di appoggio a forze come LO, la “coscienza”
della necessità per la rivoluzione di passare sul cadavere del parlamentarismo, la “coscienza”
dell’intrinseca opposizione tra lotte operaie anticapitaliste e quadro elettorale borghese, l’idea di
poter costruire a partire da ciò un’anticamera dell’unificazione dei rivoluzionari coscienti” da
provvedere al proletariato orfano etc. etc. Non mancammo di rilevare subito l’incongruenza di una
posizione del genere e di farla presente ai compagni. il blocco anti-elettorale sarebbe stato in
grado di coagulare delle forze rilevabili attorno ad un progetto politico (inesistente o confuso e
disperso in mille rivoli divergenti tra loro) avrebbe dato luogo ad una unificazione di forze
“cementate” dal “comune” terreno anti-elettoralesco.
Com’era largamente prevedibile, il dopo-elezioni portò allo spappolamento di un’unità
fittizia. Si veda la discussione UTCL-CC in “Contre le Courant” n° 3.
UTCL: questa era “un’azione puntuale”, che “s’integrava per noi in una lotta più generale
per l’unità alla base dei lavoratori rivoluzionari. E’ per questa ragione che abbiamo indirizzato
simbolicamente (!) il nostro appello a tutte le componenti di estrema-sinistra…”. Tutto sbagliato,
dalla A alla Z. Si confonde l’unità alla base dei lavoratori (sul terreno anti-elettorale?) con tutte le
componenti dell’estrema-sinistra”, il movimento sociale con l’organizzazione politica; la questione
dell’astensionismo sfugge ad ogni connotazione politica distinta per diventare un’“azione
puntuale” di una “lotta più generale” non per un programma ed un’organizzazione , ma per...
l’unità. Dall’unità parziale all’unità generale: la filosofia è sempre quella.
CC: era miope pensare ad un’incidenza dell’azione a questa scala; “noi potevamo al
massimo tentar di tracciare delle linee di riferimento contro corrente, in una situazione sfavorevole
di rinculo delle lotte, per innalzare una bandiera attorno alla quale un pugno di lavoratori combattivi
potesse raggrupparsi”. Attorno alla bandiera del non-voto come “azione puntuale” o attorno ad un
programma comprendente il non-voto come sua conseguenza? Difficile la seconda via partendo da
un utilizzo dell’“azione” per sostituire il programma o coprirne di divergenti sotto un’unica pentola.
Après coup CC denunciava la natura anti-marxista dell’UTLC, arrivando ad una
caratterizzazione di essa d’estrema importanza: ad onta di tanto astensionismo “l’UTLC nutre
profonde illusioni sulla democrazia borghese ed è parte attiva di tutta una serie di pseudo-battaglie
condotte dall’estrema-sinistra per chiedere allo Stato borghese di democratizzarsi”. Esattissimo: il
cretinismo anti parlamentare e la mentalità riformista borghese possono benissimo convivere.
Una sola domanda: come si poteva, a partire da ciò, pensare ad “una politica di unità
sistematica dei lavoratori (!) dell’estrema-sinistra combattivi (passando o no per le organizzazioni?,
n.n.) di fronte alla burocrazia padronale ed al sindacato”?
L’esperienza fatta è valsa a qualcosa, noi crediamo, anche perché c’è stato chi ha fatto in
anticipo una critica dei presupposti da cui muoveva una tale ipotesi. Se un risultato politico ed
organizzativo insieme si è conseguito è perché si è combattuta un’impostazione “unitaria” sbagliata;
paradosso dialettico: gli anti-unitari par nostro hanno contribuito, contro le unità fittizie, a
promuovere un’unità reale, teorico-programmatico-politica.
5) Il parlamentarismo così come antiparlamentarismo non sono categorie astratte, ma (per i
marxisti) scelte tattiche che derivano, leninisticamente, dalla considerazione complessiva del
movimento sociale e politico, dei rapporti di forze tra le classi, dei mutamenti anche “umorali”,
psicologici, all’interno delle classi, dei rapporti tra 1’avanguardia rivoluzionaria e le altre forze
“operaie” etc. etc. Bordiga protestò al II° Congresso che non si trattava di fare dell’astensionismo di
principio, ma di operare la giusta scelta tattica corrispondente alla situazione dell’Occidente
secondo la stessa linea prospettica di Lenin. Coerentemente non accettò di far blocco con altri
astensionisti, neppure in funzione “tattica” di far pesare di più la sua posizione all’interno dell’IC.
“La storia non perdona un solo errore teorico(Trotzkij), e questo blocco sarebbe stato un errore
teorico ad immediate conseguenze politiche. Ci voleva il cervello ed il fegataccio di un marxista per
comprendere che si era enormemente più vicini a Lenin (anche supposto in errore tattico) che alla
congerie degli antiparlamentari estremisti infantili (di cui è interessante seguire le sorti successive,
anche... parlamentari, di rientro nell’SPD après le déluge).
Nessun discorso, quindi, del tipo: le masse sono rivoluzionarie a misura che non votano e i
rivoluzionari sono tali a misura che proclamano l’astensionismo; ma: qual è la tattica che il Partito
rivoluzionario impiega, solo e contro tutti, per affermare il proprio programma, la propria
organizzazione in direzione della rivoluzione? E diciamo: in quel dato torno storico concreto. E
come affermare, eventualmente, una posizione astensionista a pro’ della rivoluzione? Risposta
sempre valida, di Lenin e di Bordiga: trovando il baricentro dell’attività rivoluzionaria non attorno
alle elezioni, ma nelle lotte generali della classe per l’affermazione della sua identità rivoluzionaria
indipendente da cui derivare la scelta tattica in questione. E non viceversa.
6) Le citazioni, diceva Trotzkij, sono i fiori appassiti del movimento operaio, ma per chi
conosce un po’ la botanica possono dare un’idea del fiore vivo; traiamo quindi dall’erbario del
Congresso qualche riferimento botanico oggi più che mai utile.
Tesi di Lenin:
“L’antiparlamentarismo di principio, nel senso di un rifiuto assoluto e categorico della
partecipazione alle elezioni e dell’azione parlamentare rivoluzionaria, è dunque una dottrina
ingenua, infantile, che non regge alla critica; una dottrina che trae a volte origine da un sano
disgusto per i politicanti parlamentari, ma, nello stesso tempo, non vede le possibilità di un
parlamentarismo rivoluzionario Inoltre questa dottrina è spesso legata ad una concezione del tutto
erronea della funzione del partito, che vede nel Partito comunista non l’avanguardia
centralizzata dei lavoratori, ma un sistema decentrato di gruppi legati solo da vincoli deboli
ed elastici.” (Da imparare a memoria).
“D’altra parte, dal riconoscimento in linea di principio dell’attività parlamentare non segue
in alcun modo che si debba partecipare in tutte le circostanze a date elezioni e sedute del
parlamento. Ciò dipende da tutta una serie di condizioni specifiche. In certi casi, può essere
necessaria l’uscita dal parlamento. Così agirono i bolscevichi quando abbandonarono il
Preparlamento, per farlo saltare, togliergli subito ogni forza, e contrapporgli bruscamente il soviet
di Pietrogrado, che era alla vigilia dell’insurrezione. (..) In altri casi, possono essere necessari il
boicottaggio delle elezioni e l’immediata, violenta eliminazione dell’intero apparato borghese, o
anche una partecipazione alle elezioni combinata col boicottaggio del parlamento. (..) Il Partito
com. deve decidere la questione in concreto, partendo dalle peculiarità specifiche del momento.
(..) In tutto ciò si deve sempre tener presente il carattere relativamente secondario di questa
questione. Poiché il centro di gravità risiede nella lotta extra-parlamentare per il potere politico,
va da sé che la questione della dittatura proletaria e della lotta delle masse per questa dittatura non
può essere messa sullo stesso piano con la particolare questione dello sfruttamento del
parlamentarismo.”
Resta tutto valido, indipendentemente dal fatto che oggi noi non crediamo, per una somma di
motivi concreti, al possibile riutilizzo della tattica parlamentare (perlomeno nei termini classici
dell’esperienza passata). Tutto valido perc Lenin parte dal capo giusto del filo: il Partito – strettamente
definito e lattività concreta delle masse al momento dato e di qui la tattica da impiegare per arrivare non
all’astensionismo di gruppi politici coscienti” o di settori proletari disgustati ma al rovesciamento della
socie borghese con tutti i suoi apparati parlamentari.
7) Obiezioni a Lenin. “Il parlamento è uno strumento della borghesia per ingannare le
masse”. Replica: “Ma questo argomento si ritorce contro voi e le vostre tesi. Come mostrerete alle
masse effettivamente arretrate e ingannate dalla borghesia il vero carattere del parlamento? (..) Ma è
possibile immaginare un’altra istituzione alla quale tutte le classi siano interessate in egual misura
che al parlamento? Un’istituzione simile non può essere creata artificialmente. Se tutte le classi
sono spinte a partecipare alla lotta parlamentare, vuol dire che gli interessi e i conflitti si riflettono
effettivamente nel parlamento. Se fosse subito possibile organizzare dovunque e d’un tratto
uno sciopero generale per abbattere di colpo il capitalismo, la rivoluzione sarebbe già
avvenuta in diversi paesi. Ma bisogna tener conto dei fatti, e per ora il parlamento è ancora
un’arena della lotta di classe. (..) Perciò voi dovreste dire alle masse: «Siamo troppo deboli per
creare un partito con un’organizzazione fortemente disciplinata.» Questa è la verità che si dovrebbe
dire. Ma se voi confessate alle masse la vostra debolezza, le masse non diverranno le vostre
seguaci, ma le vostre avversarie, le fautrici del parlamentarismo.”
Queste parole vanno ricordate soprattutto oggi, quando, per altri motivi rispetto al Bordiga
del’20, stiamo fuori dalla partecipazione diretta alle battaglie parlamentari: non è cambiato il fatto
che il parlamento catalizza l’attenzione di tutte le classi (anche nelle manifestazioni maggioritarie
di astensionismo condizionato e/o provvisorio); non è cambiato il fatto che di dobbiamo partire
per un intervento verso le masse; non è, soprattutto, cambiato il fatto che il problema dei problemi è
la nostra debolezza “per creare un partito con un’organizzazione fortemente disciplinata” e che a
questo dobbiamo rivolgerci, considerando qual è il baricentro di coagulo di forze rivoluzionarie e
del contatto tra esse e le masse, che mai e poi mai passa attraverso il rifiuto di considerare i dati
concreti dei rapporti di forze, la situazione reale delle masse etc. etc. Più che mai valido è
l’ammonimento: attenti a non propagandare la vostra debolezza contribuendo così ai ritorni di
fiamma del parlamentarismo!
8) Altro fiore “appassito’: Bordiga 1924. Articolo “Nostalgie astensioniste”. Tutto da
rinverdire.
“Non è neppure il caso di riaprire il dibattito sulla questione (del’20, n.n.) per dire se le tesi
astensioniste di allora sono ancora affacciabili in teoria. Certo è che quelle tesi (..) insistevano su un
doppio ordine di premesse: una situazione internazionale preludente ad una offensiva del
proletariato, e il regime di larga democrazia vigente in un gruppo importante di paesi: ognuno sa
che tanto internazionalmente, quanto nel campo politico italiano, quelle condizioni, se forse non si
devono dire capovolte, si sono però modificate in senso opposto a quello da cui scaturivano le note
nostre condizioni. (..) Mi preoccupa (oggi, n.n.), attraverso le manifestazioni di alcuni compagni per
una tesi contingente di astensione (..) il fatto che queste nostalgie, più che riportarsi alle ragioni
rivoluzionarie da noi altra volta accampate per la tesi astensionista, si riportano evidentemente ad
apprezzamenti, a stati d’animo, a premesse ideologiche, che sanno ben poco di comunismo (..) C
che si deve denunziare nella degenerazione elettoralistica è il metodo a fondo “sportivo” di
raggiungere alti risultati numerici, che afferra tutti i partecipanti e talvolta anche noi. Le nostalgie
astensioniste di oggi mi sembrano derivare proprio dalla morbosità dell’elezionismo per
l’elezionismo. (..) Non potendo parlare di trasformazione della campagna elettorale in guerra di
classe, dobbiamo almeno guardarci severamente da attitudini politiche che facciano smarrire alla
massa il senso della necessità della soluzione rivoluzionaria avvenire, come avverrebbe per la
astensione – e soprattutto per quella forma ultracretina di essa che potrebbe accomunarci alle
prefiche riformiste (..) Ogni buon comunista non ha oggi altro dovere che combattere con questi
argomenti classisti la tendenza di molti proletari alla astensione, derivato erroneo della loro
avversione al fascismo. Facendo questo svolgeremo della magnifica propaganda e aiuteremo il
formarsi di una coscienza recisamente rivoluzionaria, che servirà quando sarà venuto, segnato dalle
situazioni reali e non dal solo nostro desiderio, il momento di boicottare, per abbatterla, la
baracca oscena del parlamento borghese.”
Anche qui tutto nel giusto ordine e terribilmente concreto.
ED OGGI?
9) Dove siamo oggi per riapplicare nel vivo la lezione permanente dei Lenin, dei Trotzkij e
del Bordiga’24?
Poniamoci questa serie di domande:
come stiamo in quanto a centro di gravità extraparlamentare?
quali forze, e come, si muovono attorno ad esso?
come si è realizzato o si pensa di realizzare attorno a questo centro un coagulo
omogeneo di forze d’avanguardia rivoluzionaria?
come concretamente “gli interessi e i conflitti si riflettono effettivamente” a scala
istituzionale?
qual è l’atteggiamento delle masse proletarie e non rispetto alla questione
parlamentare?
che rapporto vi è tra questo atteggiamento e la prospettiva “gravitazionale” della lotta
extra-parlamentare di classe?
che funzioni si assume (mezzi ed obiettivi di lotta) il “coagulo” rivoluzionario, a
scala di movimento e di organizzazioni politiche?
posto che i rivoluzionari non partecipano alla “truffa elettorale”, in che rapporto sta
l’astensione col loro programma e il loro piano politico in direzione delle masse?
E si potrebbe continuare a lungo. Ma l’essenziale è gqui. Vediamo di considerare alcune
risposte sbagliate che ci fanno parlare di tentazioni, più che nostalgie, astensioniste ultracretine (e
parlamentari alla rovescia).
10) La classe operaia si trova indubitabilmente sottoposta ad un attacco da parte del capitale
di fronte al quale è sulla difensiva, e neppure su bastioni di resistenza molto solidi. Il centro di
gravità extra-parlamentare è tuttora debole di conseguenza. E’ vero che in questa fase di
putrefazione del capitalismo anche la “semplice” lotta di difesa implica (da una parte e dall’altra
del filo) la rottura della solidarietà borghese e che, attraverso l’esperienza anche parziale di queste
lotte, dei settori proletari hanno realizzato la possibilità e necessità di uscire dalla tutela dei grandi
partiti “operai” (in particolare in certi settori quali i ferrovieri, gli ospedalieri etc. esiterei molto a
metterci il precariato della scuola; ma, oltre a questi, anche certi settori della grande industria: vedi
caso di Mazzo, un settoruncolo della FIAT...). Tuttavia non occorrerà attendere il responso delle
urne per misurare il dislocamento soggettivo di forze: è un dato di fatto evidente che ai primi
tentativi di scrollarsi di dosso la tutela ammorbante dei partiti e sindacati “operai” non ha fatto
seguito un coagulo di forze sufficientemente orientate in termini politici (ed organizzativi
conseguenti).
Non fa gran fatica spiegarsi il perché di questo. La classe operaia d’Occidente vive ancora
nell’atmosfera materiale e psicologica (durando la psicologia oltre quella materiale, da cui deriva)
del possesso e della difesa di “riserve” (cfr. Bordiga nel’49) o della possibile riconquista delle
briciole che vanno vanificandosi. Non come un tutto (“la classe” in astratto) , ma nell’essenziale, ed
attraverso una stratificazione e divisione di essa (per cui non si ancora l’attualità di un raccordo
reale tra settori occupati, e magari privilegiati, e settori emarginati). Non diciamo che in assoluto i
partiti e sindacati “operai” non abbiano perso il loro predominio su dei settori della classe, ma che
nella stessa ripulsa di essi da parte di questi settori gioca ancora una psicologia riformista.
Basterebbe una lettura accurata della protesta dei “traditi” per avvertire come siamo ancora per lo
più alla fase della delusione del riformismo” PCI-Sindacato, ma per proporne un altro (magari “di
lotta”: e non è una novità nella storia del movimento operaio), mentre sono mosche bianche gli
accenni di coscienza e di sforzi organizzativi indirizzati oltre, contro il sistema. (Ovvio anche, e
preghiamo di tenerne conto, che non istituiamo una barriera assoluta tra i due momenti, a
condizione che ci sia un’avanguardia rivoluzionaria cosciente delle differenze, dei passaggi
necessari e dei mezzi per farli…).
11) Non c’è una spontaneità oggettiva e soggettiva che permetta di passare
automaticamente da questa fase di contestazione ( di settori e limitata nei contenuti) a quella,
qualitativamente diversa, della coscienza e dell’organizzazione rivoluzionaria. Perché ciò potesse
darsi occorrerebbero queste condizioni: automatismo del “crollo” del capitalismo; impossibilità
assoluta di compattazione di settori della classe (non della classe in astratto, ma di settori decisivi
per la vittoria borghese: e non dimentichiamo che nell’ambito internazionale dell’imperialismo la
classe operaia nazionale può funzionare da settore dell’insieme della classe mondiale, decisivo per
la vittoria di un comparto imperialista); eguale carattere reazionario” di tutte le frazioni borghesi
e, quindi, pura collocazione repressiva antioperaia dei partiti “operai” (mentre le varie frazioni
borghesi effettivamente lottano tra loro ed effettivamente possono coinvolgere per una lunga fase
e, ad libitum, mancando il Partito rivoluzionario, la classe operaia), derivazione della coscienza e
del partito dalle lotte in linea spontanea… (*)
Tutte queste condizioni sono irrealistiche. Le varie battaglie “parziali” della classe operaia
che rispondono al variare del decorso capitalista (a tutti i livelli: economico e politico) valgono in
quanto si coaguli una forza capace di trasportare in queste esperienze “dall’esterno” (nel senso
leninista) la coscienza rivoluzionaria, frutto della comprensione dei rapporti complessivi entro e tra
classi, partiti, stato…
Va riconosciuto finalmente che: 1) il “centro di gravità extra-parlamentare” non ci ha dato
spontaneamente poteva darci risultati congrui alle nostre aspettative e finalità; 2 ) a questo
“centro” dobbiamo riferirci per impostare ogni altra battaglia (tipo “intervento nelle elezioni”),
perché questa non cammini su sé stessa, cioè sul vuoto.
12) Se neghiamo la linea della spontaneità che propone l’automatismo lotte immediate-
rivoluzione in progressione gradualista, ne conseguono alcune cose quando si consideri la questione
dell’intervento in materia politica di elezioni.
Il ragionamento “spontaneista” è, grosso modo, il seguente:
come la crisi capitalista ha messo in moto economicamente le masse, così esse si muovono
politicamente; come crescono le lotte “autonome” così cresce l’autonomia rispetto ai partiti politici
della borghesia; così come il rifiuto del sindacato è il segno di uno scollamento crescente
proletariato-borghesia così sul piano politico lo è il rifiuto del voto ai partiti della sinistra borghese;
come crescerà “progressivamente” l’extra-sindacalismo così crescerà “progressivamente” 1’extra-
parlamentarismo.
Noi, “i rivoluzionari” (“parte” di questo processo spontaneo) dobbiamo semplicemente
organizzare o dare dei punti di riferimento alla marea che cresce perché non si disperda. Gli “anti-
sindacati” da una parte, gli “anti-parlamenti” da un’altra.
E siccome il processo spontaneo è solo da raccogliere (mai selezionare e indirizzare
“dall’esterno”) tutti e due i casi prendono la forma di fronti tra forze che si suppongono già di per
sé rivoluzionarie. Senza troppo disturbare i manovratori.
In generale, ogni iniziativa” (non si sa se della classe in generale, di gruppi spontanei”, di
gruppi politici…) deve rigorosamente astenersi (qui sì 1’astensionismo è completo!) dai troppi
“imbrogli” politici. Trovo nel n. 5 di “Programma” di quest’anno dei passaggi che valgono un Perù
in questa direzione a proposito dell”‘iniziativa” sul Libano. Chiedo venia al cadavere di Amadeo,
che sarà costretto a rigirarsi nella tomba di fronte a tanto scempio da parte dei “suoi” discepoli, e
trascrivo:
“A livello milanese l’iniziativa ha raccolto diverse forze, fino a coinvolgere ogni realtà
antagonista presente sul territorio (!!!!!! Tutte realtà politicamente “vergini”, si suppone, n.n.) (..)
(All’iniziativa “concreta”) si è abbinato (!!!!) il dibattito politico (..) ( ad es.) sul riconoscimento o
meno (piccolo dettaglio!, n.n.), dell’OLP come rappresentante del popolo (!!!!) palestinese e degli
stessi proletari palestinesi (“degli stessi”!!!!) (..) Due posizioni si sono venute a delineare (con
“lievi” distinzioni del tipo se c’è o no un imperialismo italiano che si prepara e ci prepara alla
guerra, n.n.) (..) Ma perché una iniziativa abbia la possibili di rafforzarsi, di svilupparsi
aggregando forze e creando un punto di riferimento organizzato preciso e chiaro (!!!!) , si deve
necessariamente determinarne i limiti (mai l’estensione prospettica, sen siamo fregati, n.n.) ,
anche (!!!) politici ovviamente, grazie ai quali è riconoscibile da tutti, sostenibile da parte di un gran
numero di persone che non devono essere necessariamente compagni comunisti rivoluzionari (e
mai diventarlo!, n.n.). Ed è grazie all’ASSENZA di PREGIUDIZIALI POLITICHE A
LIVELLO DI PROGRAMMI (!!!!!!!) E DI VALUTAZIONI GENERALI (qui nous gênent
beaucoup! , n. n.) che si rende possibile (..) dare corpo e gambe ad iniziative di massa (!!!!) in
senso costruttivo (!!!!) per le stesse masse (!!!!). In questo senso va sottolineato che, nonostante i
diversi metodi di lotta (come se si trattasse di un metodo di allenamento per vincere una gara
sportiva!, n.n.), esperienze e valutazioni (..) vi era, per la prima volta, la volontà (Amadeo trattieniti
dall’esplodere ab intus!) di individuare un terreno comune sul quale sviluppare una battaglia
antimperialista. C ha contribuito a non trasformare le riunioni in scontri e contrapposizioni
ideologiche (dio ce ne guardi !, n.n.) (..) L’intento è quello di consentire una verifica delle
differenze e delle eventuali convergenze possibili (sembra di sentire il Berlinguer del
“compromesso storico”!, n.n.) su di un piano di elaborazione delle iniziative specifiche.”
Cito “Programma” non dimenticando vicini e vicinissimi perché qui, perlomeno, è
chiaramente espressa pubblicamente una posizione che ritengo antimarxista e suicida senza
reticenze (“Programma” è arrivato a questo approdo, dopo aver sepolto tutto l’insegnamento di
Amadeo); peggio per chi non si esprime in modo così chiaro seguendo le stesse tracce. Questione di
coerenza, e di fegato!
13) La scoperta recentissima, sull’onda più dei tamburi dei mass-media che di reali
rilevamenti fatti in proprio all’interno delle lotte e delle organizzazioni che vi si riferiscono, è che
c’è un “disgusto crescente” per il parlamento e per i partiti che basterebbe appena appena
raccogliere e rappresentare perché non lo facciano poi altri (tipo il famigerato Pannella). Cito
sempre dallo stesso numero di “Programma” (articolo di fondo), e sempre per le stesse ragioni
(“Programma” finisce per rappresentare coram populo il “senso comune” di questa imbecillissima
“teoria”) :
“Noi faremo quel che potremo (si presume, se possibile, con fronti larghi di “persone” ed
“iniziative” senza troppi paralizzanti distinguo politici, n.n.) per dare alimento a tale disgusto (non
un indirizzo, ma un’“alimento”: non si vede come!, n.n.), combattendo tuttavia i suoi risvolti
negativi (..) Come il disgusto della democrazia parlamentare può suscitare una potenzialità classista
nei proletari (non che la difesa dei propri interessi di classe porti alla contrapposizione e quindi al
disgusto verso la democrazia parlamentare!, no: sarebbe vero l’opposto, n.n.), può suscitare
atteggiamenti fascisti nei piccoli borghesi (idem come sopra: dal disgusto del parlamentarismo al
fascismo e non dalla contrapposizione del proletariato ad una linea che deve riconoscere
l’inadeguatezza del parlamentarismo per l’affermazione dei propri interessi borghesi, n.n.)”.
Amadeo avrebbe detto: questa tendenza di proletari verso l’astensionismo è il “derivato
erroneo della loro avversione al capitalismo” (cfr. aggiornato il § 8 qui sopra). Non c’è un
“comune”, generale disgusto della democrazia parlamentare, che si traduce in “potenzialità
classista” se si parla di proletari e in “atteggiamenti fascisti” se si parla di piccolo borghesi. La linea
di divisione non passa per la sociologia Il generale disgusto della democrazia parlamentare” nelle
condizioni post-’20 è stato, nelle file proletarie, un elemento distruttivo, a misura che esso
discendeva dall’ impotenza del vecchio PS, dalle debolezze oggettive (e, in piccola parte,
soggettive) del neonato PCd’I, e dal guadagno di influenza in seno alla stessa classe proletaria
battuta di posizioni borghesi portate avanti dalla piccola-borghesia (sociologicamente) che si
esprimeva nel fascismo. Amadeo credette, giustamente, di dover combattere contro tutto ciò.
Strumenti: il Partito, la sua organizzazione, la sua linea politica. Tutti gli altri si facessero da parte.
14) Si dirà: tutto è mutato; oggi (per le ragioni sopra ricordate) l’astensionismo si inserisce
di per sé in una tendenza classista. Ergo: andiamo a raccogliere questo frutto maturo.
Particolare curioso: non si riesce a raccogliere un accidente di niente sul piano delle lotte
quotidiane; le organizzazioni “rivoluzionarie” ristagnano e fanno fatica a resistere; nessun
allargamento materiale di influenza rivoluzionaria è appercepibile; al Maggio non si riesce a
portare in piazza uno straccio di manifestazione nel 99% del territorio nazionale (comprese “zone
calde” con “presenza attiva” delle organizzazioni che oggi si fanno promotrici di interventi anti-
elettorali; per non fare nomi: Napoli); ma siccome i mass-media ci assicurano una larga astensione
noi siamo pronti a provvedere un’analisi sociologica secondo la quale è assicurato che si tratta di
“tendenza rivoluzionaria” e un’“iniziativa” per raccogliere questo “potenziale”.
Il cretinismo parlamentare ha bisogno di sondare il terreno che non riesce a raccogliere e
dominare, indirizzandolo, nelle lotte quotidiane per dire: “Abbiamo con noi i voti cioè la volontà
del pensiero del tot per cento delle masse”; il cretinismo anti-parlamentare fa lo stesso,
sostituendovi i non od anti-voti. Che miseria !
Noi diciamo: A) dobbiamo sapere prima ed indipendentemente dalle scadenze elettorali
come, dove, quanto vi è questo potenziale; B) dobbiamo tastarlo e dirigerlo; C) in misura di c
possiamo pensare a delle iniziative di raccolta del non voto politicamente significative (significato
che nulla ha a che spartire colle percentuali ed i “sondaggi” da farsi sul “campione generale dei
votanti”) ; D) in ogni caso la nostra azione non si limita a una raccolta di “non votanti”, anche
politicamente definiti, ma alla loro organizzazione cosciente in direzione della massa ultra-
maggioritaria dei proletari che continuano ad andare a votare, e dai quali non ci delimitiamo perché
più furbi, o primi nell’aver scoperto disgusti, truffe etc. etc.
Quindi: programmaticamente non siamo per una campagna astensionista spartita a
mezzadria con tutti quelli che, “scartate le noiose questioni politiche”, ci stanno; siamo per una
campagna politica nostra generale che comprende anche un nostro astensionismo elettorale, ma
che nulla ha a che fare con l’astensionismo o il confusionismo politico e l’idea micidiale di
ritagliarsi un “terreno comune” sul quale sviluppare una “comune battaglia”.
15) Rinunzio qui a “dimostrare” come e perché il previsto astensionismo (che io non
prevedo proletariamente massiccio e qualificante tantomeno stabile e in progressione) (**) non
costituisca a mio avviso un segno di per sé di tendenza rivoluzionaria (ciò cui manca tutto alla base
che sta, leninisticamente e bordighisticamente, prima e fuori dal campo elettoralesco); rinunzio
idem a dimostrare come e perché non esista un fronte politico di astensionisti con cui coalizzarsi
(prego, compagni: passatemi un bilancio preventivo ed extra elezioni da cui si desuma l’esistenza
di uno sviluppo di discussioni, chiarificazioni ed iniziative sensatamente politiche “comuni”).
Lascio ai difensori dell’opposta tesi l’onere o l’onore della prova. Si accomodino. Ma fortiter dubito
che essi possano portarne uno straccio che sia tale.
16) Conclusione operativa sommaria:
Lavoro teorico: chiarire la nostra posizione sulla questione elettorale-parlamentare,
per ieri, oggi e domani;
Analisi delle situazioni sotto nostro controllo ed articolazione di un intervento e di
una tattica corrispondente;
Azione rivolta ai settori di classe che non votano per un “sano disgusto” (Lenin): non
votare non basta; occorre l’organizzazione politica, altrimenti sarete doppiamente
fottuti; non votare vale se corrisponde ad un programma politico di lotta verso
l’insieme del proletariato. Noi, poveri fessi, ve ne diamo un saggio (se il cappello
magico ci permette di tirarlo fuori) ;
Verso i votanti proletari: non siamo “contro” di voi perché andate alle urne, ma
diciamo che il vostro impegno elettorale va a favore di forze che tradiscono i vostri
interessi; non vi chiediamo di giurare su questa nostra convinzione, ma di muovervi
con mezzi ed obiettivi di classe, su cui misurerete l’attitudine reale dei vostri
“rappresentanti”, pronti a strangolarvi o disarmarvi di fronte al nemico di classe;
Alle organizzazioni “rivoluzionarie”: non ci riuniamo oggi con voi perché le urne
sono alle porte, ma per eventualmente confrontare programmi ed iniziative della lotta
quotidiana e permanente di classe oltre la scadenza elettorale; alla luce di ciò
potremo anche, eventualmente (eventualità che per me vale 0,0001), studiare forme
di intervento comune sulle elezioni rispondenti ai criteri di cui sopra.
16 bis) Lasciamo ad altri la soddisfazione (espressa da “Programma”, ad es. , dopo le ultime
elezioni) di dire: “Abbiamo avuto più non-voti !”. Repetita juvant: “Il metodo a fondo ‘sportivo’ di
raggiungere alti risultati numerici” se è coerente all’essere dei partiti borghesi parlamentari è
cretinismo parlamentare alla rovescia all’ennesima potenza per i “rivoluzionari”. Noi poverini
misuriamo militanti e fucili, non persone cogitanti ed anti-schede e lasciamo volentieri al nostro
vicino di casa la medaglia d’oro dell’Olimpiade del Cretinismo.
____
(*) L’esempio francese è particolarmente illuminante in proposito: la politica mitterrandiana, anche nei suoi
aspetti direttamente tesi a colpire la classe operaia, si è potuta presentare con tratti “compensativi”; c’è un’effettiva
contrapposizione con la destra che effettivamente riguarda anche la classe operaia (in quanto classe del capitale); il
PCF, pur forza di governo (e come!) può svolgere compiti di compattamento “contestatore” della classe operaia
(leggetevi Togliatti’48-’50 in proposito!); la ripresa e l’elargizione di briciole può essere concretamente postulata alla
classe attraverso una politica di divisione della classe operaia internazionalmente intesa e il compattamento nazionale-
sciovinista dei settori decisivi del proletariato “francese”; la contestazione anche “sinistrissima” vive tuttora in
quest’atmosfera che abbiamo detto psicologica che “si può uscire dalla crisi”, con lo “spontaneo”, e meno spontaneo,
recupero “a sinistra estrema” di tutte le ubbie PCF-CGT. And so on.
(**) Dopo aver “scoperto” che 1’astensionismo è “anche” proletario (il che è vero), se ne deduce che esso è
politicamente proletario, in senso classista (il che non è al 99% dei casi) , e che tutto l’astensionismo è egemonizzato
od egemonizzabile da questa tendenza proletaria (“Programma”, perlomeno, arriva a fare una distinzione: parziale e
sballata, ma nondimeno non sprovvista di qualche lume d’ intelligenza) . Basterà rappresentare” il tutto, farlo crescere
et voilà: dal cilindro esce il leprotto della rivoluzione. Senonché, proprio perché certo astensionismo anche proletario
trova la sua ragion d’essere in un disgusto verso destra e sinistra “omologhi” e in assenza di un polo rivoluzionario,
quando destra e sinistra borghesi tornano a effettivamente contrapporsi con incidenza diretta sulle condizioni anche
operaie, e se il polo rivoluzionario (che non consiste nell’indicazione di non od anti-voto) continua a mancare, addio
astensione! Rinasce allora la polarizzazione dei proletari (non ancora posti di fronte all’aut aut decisivo della storia tra
due sistemi in lotta per la vita o per la morte) attorno alla “sinistra” borghese. Persino le “oscillazioni” entro brevi
termini sono indicative: in Francia, tra il primo e secondo turno delle recenti amministrative, si è notato uno
spostamento dall’astensionismo deluso al blocco anti-destra, con conseguenze dirette anche nei confronti delle “ultra-
sinistre” (dure finché la “minaccia di destra” non sembrava così pressante, poi ammorbiditesi ed oggi, LCR, pronte alla
difesa “tattica” in piazza del governo di fronte alla minaccia dei Le Pen); in Ispagna , dopo il premio attribuito a
Gonzales, molti proletari combattivi sono tornati a fare blocco attorno al PCE; in Germania questa stessa dinamica va
oltre la SPD ed investe i Verdi, “alternativi” nell’ambito di una opzione di “sinistra borghese” in cui possano recitare la
loro parte; se in Italia si verificasse oggi un consistente astensionismo proletario, cosa accadrebbe di fronte ad un
attacco al proletariato della destra? Gli astensionisti borghesi e piccolo-borghesi non votano non già perché assenti dalla
politica, ma percin cerca di una loro politica; i proletari che risposta darebbero? Una risposta politica senz’altro. In
che direzione? Una è certamente esclusa : quella di una progressione astensionista curata da forze politiche dissimili
incapaci di una propria politica indirizzata alle masse stesse (di cui le non votanti non sono necessariamente le più
coscienti e radicali).